GENITORE IDEALE -QUANDO LA SCUOLA PROVOCA DANNI

QUANDO LA SCUOLA PROVOCA DANNI?

Pensiamo di essere aiutati nel compito di educare i nostri bambini, affidiamo la loro istruzione alla scuola, cerchiamo tutti di fare il loro bene e di garantire loro il diritto allo studio, l’accesso al sapere, però…

C’è un grosso però… a scuola tutti stanno male! Tutti subiscono la scuola, bambini, insegnanti e anche genitori … A volte la scuola provocca danni!

“Lo scopo della scuola è quello di formare i giovani a educare se stessi per tutta la vita.” – Robert Maynard Hutchins

Siamo molto fortunati perché viviamo in una società democratica, perché abbiamo più che mai, il diritto e la possibilità di esprimerci attraverso molti canali, raggiungendo facilmente ogni angolo del mondo.

Viviamo in un mondo che permette nella maggior parte dei casi una libertà diffusa. Molti sono consapevoli che vivere in quest’epoca offre molto di più di quanto non era mai capitato in passato, in termini di opportunità e di accesso all’istruzione.

Abbiamo reso la scuola obbligatoria, abbiamo addirittura creato delle leggi per regolamentare questo diritto all’istruzione, per essere sicuri che non ci sia sfruttamento del lavoro minorile e per garantire l’ accesso al sapere a tutti i bambini.

Eppure… spesso la scuola rischia di provocare danni, creando più problemi che altro.

“La scuola oggi è incapace di sviluppare quelle competenze e quei talenti che sono oggi necessari per continuare ad appartenere a una società industriale avanzata. È talmente distaccata dalle vere esigenze del mondo del lavoro da essere diventata, in larga misura, una fabbrica di disoccupati con la laurea.” -Piero Angela

Innanzi tutto, è stato detto e ridetto, è stato già sentito dire molte volte, la nostra scuola non è al passo col tempo. Il mondo cambia alla velocità della luce, ma la scuola resta sempre uguale.

Per fare un esempio, credo che nessuna azienda fondata nel secolo scorso e attualmente attiva sul mercato, esista ancora oggi perché ha utilizzato sempre le stesse procedure o li stessi macchinari per produrre i propri prodotti, o perché ha utilizzato le stesse tecniche di marketing che adoperava nel secolo scorso.

Invece a scuola è tutto lo stesso come era un secolo fa. Le materie sono rimaste le stesse ma se ne sono aggiunte altre in più, le informazione da ricordare sono le stesse ma sono solo aumentate e le modalità per tramandarle sono rimaste le stesse, anzi forse sono peggiorate.

“L’obiettivo principale della scuola è quello di creare uomini che sono capaci di fare cose nuove, e non semplicemente ripetere quello che altre generazioni hanno fatto.” – Jean Piaget

Ecco… credo che abbiamo realmente un problema e che sia proprio qui. Ripetiamo all’infinito le stesse cose che abbiamo appreso, senza considerare se sono effettivamente utili oppure no o se esiste un altro modo più efficace.

Mettere in discussione metodi e abitudini consolidate, tra l’altro largamente diffuse, crea una certa resistenza anche nelle menti più aperte.

Non riusciamo veramente a staccarci da convinzioni come “la vita è dura”, “lo studio è fatica”, “il lavoro è un dovere” o “bisogna responsabilizzarsi fin da piccoli per essere preparati alla vita”.

Pare che siano tutte teorie campate in aria, le consideriamo come una solita recente trovata new-age per vendere un nuovo libro. Questo di da diritto di continuare come abbiamo sempre fatto e di non permettere alcun cambiamento.

“La conoscenza che viene acquisita con l’obbligo non fa presa nella mente. Quindi non usate l’obbligo, ma lasciate che la prima educazione sia una sorta di divertimento; questo vi metterà maggiormente in grado di trovare l’inclinazione naturale del bambino.” – Platone

Vantiamo una società libera, ma l’istruzione è d’obbligo. Anche se come abbiamo visto, i presupposti per istituire l’obbligo possono essere giusti, i risultati sono contrari a quanto ci si aspetterebbe da una società moderna e attenta al benessere del cittadino.

Per poter essere obbligatoria la scuola deve essere prima di tutto equa e quindi adatta a tutti, incentrata sul gioco e sul divertimento, sulla gioia di imparare. Invece li vogliamo responsabili e ammaestrati già dalla scuola dell’infanzia.

Dovrebbe essere garantito a ogni bambino lo stesso diritto di poter frequentare nel migliore dei modi e di ricevere non lo stesso metodo insegnamento, ma quello più adatto a ognuno, in base alle proprie capacità e alle proprie caratteristiche.

“L’istruzione alimenta il dubbio e la curiosità: dev’essere di tutti, come vuole la Costituzione, in modo che dalla scuola escano cittadini, non sudditi. Una scuola autoritaria prepara a una società autoritaria.” –  Daniele Luttazzi

Abbiamo esami e verifiche che sono regolate su un modello che dovrebbe essere per tutti, ma che in realtà non si adatta perfettamente a nessuno. Abbiamo un’asticella tarata su un allievo ideale e chi non è all’altezza per qualsiasi ragione, viene etichettato come deficitario.

Viviamo inoltre in una società democratica, ma la scuola è rimasta despotica. Utilizziamo i voti e le note disciplinari come strumenti di potere.

Non mi stancherò mai di ripetere che i voti sono soggettivi e che non rispecchiano minimatene ciò di cui il ragazzo è capace o il suo Q.I., che incentiva la competizione invece della collaborazione e la selezione invece del recupero.

“Una scuola che costringa un adolescente a ricevere giudizi negativi, confronti frustranti con i coetanei e bocciature, è un sistema raffinato di tortura. E va contro non solo ai  principi di libertà, ma a tutte le odierne concezioni psicologiche e sociali in tema di educazione.” – Vittorino Andreoli

I voti umiliano, sono svalutanti. Vogliamo motivarli, invece otteniamo l’esatto contrario. Alunni demotivati che odiano la scuola. Ragazzi con perenne mal di testa o mal di stomaco che puntualmente spariscono durante le vacanze estive.

Inoltre il voto non è un metodo valido di valutazione del tempo dedicato allo studio. Spesso non viene dato per il merito dell’alunno, per quanto ha studiato, ma per la sua capacità di ricordare e di ripetere ciò che gli è stato insegnato.

Dipende molto dalla sua memoria, dalle conoscenze che già possedeva, dal tipo di argomento trattato, dal coinvolgimento di cui è capace l’insegnante, etc.

Non per ultimo, dipende anche dal benessere emotivo e psicologico del ragazzo, dalla sua autostima, dalla personalità e dalla sua storia vissuta fino a quel momento, dalla sua situazione famigliare etc.

“Per me, il peggio sembra essere una scuola che funziona con i metodi della paura, della forza e della autorità artificiale. Tale trattamento distrugge i nobili sentimenti, la sincerità e la fiducia degli alunni e produce un soggetto sottomesso.” – Albert Einstein

Vorrei ricordare a tutti gli insegnanti che hanno la volontà e l’umiltà di ascoltare, che i  ragazzi ai quali oggi trasmettete le vostre conoscenze, non sono solo degli alunni ma sono i nostri bambini. Sono il bene più prezioso che un genitore ha.

Vi vengono affidati per svariate ore al giorno e quindi avete un’influenza enorme su di loro. Quest’ influenza non riguarda solo la loro istruzione, ma anche la loro emotività, le loro relazioni, la fiducia in sé stessi, la loro capacità di essere validi uomini e donne in un futuro.

Sono gli adulti che domani avranno le redini del nostro paese. Che saranno i padri di domani e che a loro volta avranno dei bambini da educare. Saranno sempre loro anche quelli che governeranno e quelli che si occuperanno della nostra vecchiaia.

“Ho fatto una lista delle cose che non ti insegnano a scuola. Non ti insegnano come amare qualcuno. Non ti insegnano come diventare famoso. Non ti insegnano come essere ricco o povero. Non ti insegnano come lasciare qualcuno che non ami più. Non ti insegnano a capire cosa passa nella testa degli altri. Non ti insegnano cosa dire a qualcuno che sta morendo. Non ti insegnano niente che valga la pena sapere.” -Neil Gaiman

Già mi sembra di sentire chi dice che la scuola però deve trasmettere istruzione e per tutto il resto c’è la famiglia. È compito dei genitori occuparsi dei temi legati all’educazione, che non lo si può delegare alla scuola e che è la loro responsabilità.

Ok, sono d’accordo che la scuola non è una famiglia, che non ha questi obblighi e che è responsabilità dei genitori. Ma laddove c’è un problema, non lo si può solo scaricare sulla famiglia.

Se ad esempio, un bambino ha una difficoltà scolastica, anche se di apprendimento, si richiede l’intervento della famiglia. Se il problema è comportamentale si convoca nuovamente la famiglia.

È così per qualsiasi tipo di difficoltà che un bambino può avere a scuola. Bisogna solo augurarsi che il proprio figlio riesca a tenere sempre il passo, altrimenti per la famiglia e per il bambino incomincia un calvario decennale.

“Ho sempre pensato che la scuola fosse fatta prima di tutto dagli insegnanti. In fondo chi mi ha salvato dalla scuola se non tre o quattro insegnanti?” – Daniel Pennac

Ma come può intervenire la famiglia nelle problematiche scolastiche del figlio?

Solo stimolandolo con ogni mezzo ad impegnarsi di più, con ore di recupero, compiti supplementari, ricatti o punizioni.

La famiglia non ha conoscenza di metodi per agevolare l’apprendimento del proprio figlio. Questo tipo di problema dovrebbe essere affrontato dalla scuola e non dal genitore che è del tutto incompetente.

Il bambino a questo punto subisce un crollo definitivo. Vive un calvario fatto di inadeguatezza sia a scuola e a casa.

Si sente umiliato a scuola perché invece di essere aiutato, viene criticato e fatto sentire inadeguato attraverso i bassi voti, dato che non sta al passo con gli altri. Si sente incompreso dai genitori perché, invece di essere compreso e sostenuto, subisce anche la pressione del loro comportamento inefficace.

“Sognavo di poter un giorno fondare una scuola in cui si potesse apprendere senza annoiarsi, e si fosse stimolati a porre dei problemi e a discuterli; una scuola in cui non si dovessero sentire risposte non sollecitate a domande non poste; in cui non si dovesse studiare al fine di superare gli esami.” –  Karl Popper

È vero che la scuola non si deve occupare dell’ educazione, che è ovviamente compito del genitore, ma la scuola con il suo obbligo decennale dell’istruzione non deve interferire nella crescita emotiva e psicologica armoniosa del bambino.

Il sapere è importante, ma non lo è di più del benessere dei nostri figli. La conoscenza da sola inculcata in un piccolo essere reso insicuro delle proprie capacità, non può che rivelarsi un’enorme insuccesso.

La capacità di apprendere e di memorizzare passa attraverso il benessere psicologico e uno stato emotivo sereno del soggetto.

“Ogni istruzione seria s’acquista con la vita, non con la scuola.” – Lev Tolstoj

Se non vogliamo che i nostri alunni diventino disinteressati allo studio, che acquisiscano col tempo la cosiddetta impotenza appresa impedendo poi qualsiasi tipo di apprendimento, allora vuol dire che forse è il caso di ammettere che la scuola non è fatta a misura dei nostri bambini.

Se non vogliamo che gli insegnanti fatichino a fare lezione o che la facciano per soli due o tre soggetti in grado di ascoltarli, vuol dire che dobbiamo ammettere che forse c’è qualcosa che non va nelle modalità di insegnamento.

Se non vogliamo che il rapporto tra genitori e figli si danneggi a causa della valutazione scolastica del bambino e non per la sua reale personalità, allora dobbiamo ammettere che è una scuola che utilizza metodi non adeguati ad una crescita armoniosa dei nostri ragazzi.

“La scuola è quell’esilio in cui l’adulto tiene il bambino, fin quando è capace di vivere nel mondo degli adulti senza dar fastidio.” –  Maria Montessori

Abbiamo una scuola d’obbligo, che invece di essere un diritto per i bambini, un accesso al sapere, per alcuni rischia di diventare una prigione, dove sono costretti a vivere per dieci anni.

Una scuola d’obbligo poco attenta al recupero dei soggetti con difficoltà, che vorrebbe essere inclusiva ma che in realtà premia la competitività, diventa un incubo per molti alunni.

Una scuola d’obbligo che mira a istruire le nuove generazioni, non può ignorare i danni collaterali che provoca nell’affettività e nella psiche, quindi nella vita e nel futuro dei nostri bambini.

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE- LA TERZA VIA

SI ESISTE, E’ LA TERZA VIA

la terza via

LA TERZA VIA

Oggi vorrei presentarvi una terza via,un nuovo modo di relazionarsi, al contrario di ciò che per millenni abbiamo conosciuto, un’unica modalità.

Siamo stati conquistatori e accumulatori di ricchezze, con esiti devastanti evidenti a tutti, individuabili persino  da chi come me, prova una certa avversione per la storia.

Non ci tengo particolarmente che tu sia d’accordo con il mio punto di vista, ma non puoi negare che da sempre nella storia dell’umanità  c’è stata una violenza e una crudeltà che non esiste in nessun’altra specie presente in natura.

Quello che io in realtà odio è, si la crudeltà contenuta nelle azioni accadute in passato, ma ancor di più le bugie contenute nella storia raccontata. Siccome la storia è una raccolta di fatti accaduti e magari edulcorati dalle più disparate giustificazioni, è soprattutto una insieme di fatti raccontati da persone e pertanto subiscono inevitabilmente la soggettività di chi li descrive.

“Ogni paese della terra è aperto all’uomo saggio: perché la patria dell’uomo virtuoso è l’intero universo” -Democrito

Mai come nell’ultimo secolo siamo stati noncuranti delle conseguenze del nostro “progresso” e degli effetti del nostro agire, però non era di questo che volevo parlare… Abbiamo rimasto però poche scelte possibili riguardo il nostro futuro su questo pianeta… ce lo dimostra la nostra storia in diretta, lo svolgimento dei fatti di attualità.

La verità è che tutto è compromesso, ogni settore ha grossi problemi strutturali, con grosse difficoltà di ogni tipo, quindi dovremmo sentirci un po’ richiamati all’ordine, a quell’etica originale di rispetto verso la natura e verso tutto ciò che essa ospita, compreso l’essere umano.

Non si possono attuare dei cambiamenti, inventando nuove regole o nuove leggi, pretendendo di non cambiare nulla del nostro modo di essere e di interagire con gli altri. Quindi credo che sia sempre da qui che dovremmo ripartire, perciò anche, e soprattutto, con l’educazione e con l’insegnamento.

“Ogni progresso è dovuto agli scontenti. Le persone contente non desiderano alcun cambiamento.” -Herbert George Wells

Voglio credere che non tutto è perso, perlomeno non ancora… Credo fortemente che possiamo ancora cambiare qualcosa, cercare di invertire la rotta. Solo grazie ai nostri bambini potremmo avere ancora una speranza per il futuro.

Quando non subiscono i condizionamenti e i pregiudizi degli adulti, loro agiscono in maniera diversa dalla nostra, essendo già “tarati” su una visione rispettosa della vita e dell’alterità.  Infatti, loro riconoscono l’alterità come fonte di nuove esperienze, come opportunità di arricchimento culturale, come opportunità di crescita personale e non come origine di contrasti e disuguaglianze come invece capita a noi adulti.

“La grande disgrazia, l’unica disgrazia di questa società moderna, la sua maledizione, è che essa si organizza visibilmente per fare a meno della speranza come dell’amore; immagina di supplirvi con la tecnica, aspetta che i propri economisti e i propri legislatori le forniscano la doppia formula di una giustizia senza amore, di una sicurezza senza speranza.” – Georges Bernanos

Pertanto dovremmo cercare il più possibile di non nuocere nella loro spontanea crescita naturale, con le nostre convinzioni e con i nostri interventi educativi.

Possiamo migliorare l’essere umano solo attraverso l’educazione, invece la “ri-educazione” è decisamente più complicata. Di conseguenza si può creare una nuova società solo partendo  da un diverso approccio alle nuove generazioni, ma sicuramente soltanto partendo e passando prima per noi stessi.

Vedo quanto sono complicate le relazioni con i bambini e vedo una vita difficile per molti adulti.  Vedo bambini sofferenti a scuola, ragazzi depressi e delusi dagli adulti, vedo genitori disperati e sofferenti per il rapporto che hanno con i propri figli.

Vedo le aziende con il personale ribelle e ostile nei confronti dei datori di lavoro, vedo adolescenti senza più speranze nel futuro. Vedo malessere nelle scuole, e non parlo solo di alunni. Nelle scuole stanno male tutti… per primi i ragazzi costretti a subirla senza altra scelta, d’altronde sono obbligati ad andarci.

Ma a scuola appunto stanno male tutti, stanno male anche i professori. Insegnanti che hanno difficoltà a farsi ascoltare, senza strumenti per contenere i gruppi, alle prese con i genitori e con la burocrazia… che molto si lamentano, ma che non vogliono cambiare nulla del loro operato.

“Il futuro contiene quel che si teme o quel che si spera; dunque secondo le intenzioni umane, qualora non le si frustri, contiene solo quel che si spera.”- Ernst Bloch

E poi ci sono loro, gli angeli delle nostre scuole.  Sono insegnanti volenterosi e con un’ardente desiderio di cambiamento. Sono quelli che quotidianamente muoiono di frustrazione.

La giornata a scuola è una lunga agonia per la rabbia che non possono esprimere, per una voglia di innovazione che non ha spazio in un ambiente chiuso su se stesso, pieno di procedure opprimenti, che vuole continuare con il “si è sempre fatto così”.

Ecco io mi rivolgo a te, se fai parte di questi angeli, faticando tutti i giorni a sopportare l’insopportabile. Vorrei davvero aiutarti… vorrei che mi permettessi di ricordarti che, anche quando sei stremato, frustrato, abbattuto e demotivato perché ti senti solo contro tutti solo perché sei una minoranza, non sei solo…

Con questi miei articoli voglio restituirti delle riflessioni che possono servirti come boccata d’ossigeno nelle giornate più difficili, oppure che ti diano spunti e coraggio per comunque continuare. Ti suggerisco alcuni ambiti fondamentali nei quali dovremmo provare insieme ad operare:

  • Migliorare la comunicazione

Solitamente usiamo la comunicazione del tipo passivo/aggressivo  in tutti i contesti. In famiglia, al lavoro, a scuola utilizziamo formule vincitore/ perdente, alternandoci nei vari ruoli di vittima e carnefice.

Può capitare che più subbiamo il ruolo di vittima ad esempio al lavoro, più adottiamo il ruolo di carnefice in famiglia. Oppure ci cuciamo addosso un vestito personalizzato convincendoci di avere il carattere debole o forte, in base al nostro modo prevalente di affrontare le divergenze.

Nessuno penso che ami sentirsi vittima e subire l’atteggiamento o le parole offensive degli altri. Il problema è che per subire un atteggiamento offensivo non si devono ricevere necessariamente degli insulti.

Quando non ci sentiamo capiti, quando ci sentiamo giudicati o ci sentiamo costretti dai sensi di colpa ad agire in un determinato modo è sempre una violenza che subiamo e che, nel tempo, genererà inevitabilmente frustrazione e rabbia.

Per combattere questo senso di impotenza e la frustrazione derivante, impariamo ad essere aggressivi a nostra volta, a rispondere con le stesse modalità violenti.

Ecco fatto, è pronto il gioco di violenza, con la stessa persona in momenti differenti quindi si alternano i ruoli di vittima/ carnefice, oppure con alcuni si subisce e poi ci si vendica prevaricando su altri.

“La differenza tra una richiesta e una pretesa non sta nel fatto che una è formulata in modo gentile e l’altra in modo brusco. La differenza sta nel modo in cui la persona che fa la richiesta tratta l’altra persona nel caso in cui essa non risponda positivamente.”– Marshall B. Rosenberg  

Siamo sicuri che non è possibile una terza via? Non potremmo invece allenarci all’utilizzo di una comunicazione non violenta e ad un nuovo modo di vivere tutte le relazioni, sia in ambienti domestici che formali?

La terza via propone un tipo di comunicazione dove tutti sono soddisfatti, dove tutti sono capiti nei loro bisogni, dove tutti cercano anche di soddisfare i bisogni altrui  e dove nessuno obbliga gli altri attraverso manipolazioni, costrizioni o punizioni.

  • Aumentare la consapevolezza

Tutti noi siamo il risultato delle nostre esperienze. A tutti purtroppo è capitato di vivere qualche  esperienza dove ci si è sentiti un po’ umiliati, derisi o non amati come avremmo voluto.

Queste esperienze possono aver provocato delle ferite e livello emotivo che vanno scoperte, riconosciute e curate. Moltissimi adulti restano ad un livello emotivo immaturo, di reazione e di sottomissione  alle emozioni.

Il risultato di queste esperienze nel tempo è una perdita di gioia e di fiducia negli altri e nella vita. A causa di questo si può reagire in vari modi a seconda del carattere del soggetto, ad esempio fuggendo dalla realtà attraverso isolamento o le dipendenze.

Oppure ci si può arrendere, sottomettendosi e deprimendosi, oppure sposare l’aggressività come migliore strumento di difesa e usando crudeltà e sopraffazione.

“Nella consapevolezza non c’è divenire, non c’è nulla da guadagnare. C’è un’osservazione silenziosa senza scelta, senza condanna, da cui scaturisce la comprensione.” – Krishnamurti

Possiamo infatti allenarci alla consapevolezza attraverso le varie attività che svolgiamo quotidianamente, e attraverso la presa di coscienza delle proprie modalità e schemi personali. Se necessario, chiedendo aiuto a chi può sostenerci nei momenti più difficili.

La terza via propone di migliorare la consapevolezza attraverso la presenza responsabile nelle azioni quotidiane. Incentivare le attività che appagano mente, corpo e anima e cercare il più possibile di capire i propri schemi mentali e le ragioni delle proprie azioni.

  • L’accettazione

Abbiamo tutti un po’ sofferto la scarsità e pur con ottimi genitori, a volte anche emotiva, salvo pochissimi più fortunati. Questo non vuole assolutamente dire che i nostri genitori non sono stati amorevoli con noi o che non abbiano fatto del loro meglio per crescerci nel migliore dei modi.

Basta però così poco per non sentire pienamente soddisfatti i propri bisogni e quindi sperimentare delle vere e proprie mancanze. Non riuscire a sperimentare abbondanza ci rende poco disponibili ad accettare gli altri o soddisfare le loro necessità.

“Accettare l’altro così com’è, è veramente un atto di amore; sentirsi accettati significa sentirsi amati.”- Thomas Gordon

Possiamo invece coltivare l’ amore ed il rispetto ritrovato per noi stessi, che ci permette di accogliere  meglio anche quello per le persone che ci stanno attorno. Pertanto saremmo più propensi ad accogliere i bisogni degli altri una volta che lo avremmo fato per noi stessi.

Anche quando le nostre necessità sono già state ascoltate e soddisfatte, quindi, senza giudizio possiamo capire le ragioni dell’altro e sperimentare più empatia.

“La speranza ha due bellissimi figli: lo sdegno e il coraggio. Lo sdegno per la realtà delle cose, il coraggio per cambiarle.” – Agostino d’Ippona

Abbiamo validi  esempi di personalità di spicco in tutti i campi che hanno parlato di possibili scelte differenti e suggerito delle alternative, come lo psicoterapeuta  Carl Rogers, lo psicologo statunitense Marshall B. Rosenberg, la pedagogista e neuropsichiatra Maria Montessori, l’educatore e sociologo Danilo Dolci e moltissimi altri ancora.

Pensi di poter modificare alcune delle tue abitudini nel definire quali possono essere delle nuove modalità da adottare affinche i tuoi alunni siano felici di collaborare e di apprendere?

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE – ALUNNI DEMOTIVATI

motivazione e demotivazione

ALUNNI DEMOTIVATI

Ci sono sempre più alunni demotivati. Sempre di più sono disinteressati allo studio, distratti e incapaci di concentrarsi sulle materie, questa è la descrizione più frequente nei confronti degli alunni di oggi.

Molti insegnanti si trovano spesso in difficoltà a svolgere le lezioni, nel coinvolgere i ragazzi agli argomenti trattati. Alle lezioni, quindi agli argomenti da trattare in classe partecipano attivamente un paio su ventisei. Per non parlare della totale mancanza di motivazione nello svolgimento dei compiti assegnati per casa.

“La motivazione è come un fuoco: se non lo si alimenta continuamente, si estingue.” -Napoleon Hill

Ci sono un sacco di teorie sul perché i ragazzi non studiano e sul perché sono disinteressati alla scuola. Vediamo solo qualche esempio per renderci conto di quanto la situazione sia complessa.

Quando pensiamo a degli alunni demotivati, pensiamo all’antidoto della demotivazione, pertanto cerchiamo istintivamente soluzioni per incentivare la motivazione.

Quindi l’insegnante più attento, quello più disposto a mettersi in gioco, cercherà soluzioni che possano funzionare anche con quelli studenti più refrattari. Purtroppo non sempre le strategie utilizzate però riescono a creare soluzioni che restino efficaci nel tempo.

A volte si pensa che sia colpa della tecnologia che con il suo fascino ed il suo appagamento immediato, rapisce e coinvolge i ragazzi in un mondo virtuale, al punto di farli restare disinteressati a qualsiasi altra cosa presente nella realtà quotidiana.

Altre volte si pensa che hanno qualche patologia, oppure problemi caratteriali o di condotta, che quindi sono educati male. Si pensa che i bambini a casa non ricevono le giuste regole, quindi critichiamo o dispensiamo consigli ai genitori incolpandoli di cattiva educazione verso i propri figli.

La verità è che tutto questo è vero, ma non è tutto qui…

“Si tende a pensare che le persone possano essere soltanto motivate o demotivate e che se risolviamo un problema di demotivazione, di conseguenza la persona risulterà motivata. Ma il risultato di un intervento che toglie la demotivazione non è la motivazione.”- William Levati e Annalisa Rinaldi

Ma anche tu, insegnante tanto in gamba, che provi ogni novità che ti capita sulla tua strada, che provi quotidianamente a ribaltare questa situazione, lo sai quanto questo è faticoso, quanto è dura riuscire a coinvolgerli e renderli partecipi.

La tecnologia è una grande alleata nella nostra quotidianità, ma molte volte diventa nemica creando anche pessime abitudini. Non aiuta specialmente quando la facciamo diventare antagonista della scuola. Inutile ripetere che spesso la demonizziamo, quando invece potremmo servircene per rendere più accattivanti le lezioni.

Inoltre, i genitori hanno un ruolo fondamentale nel determinare la qualità dei comportamenti dei propri figli, ma è pur vero che non possiamo credere davvero di poter stravolgere il loro carattere e instillare in loro determinate caratteristiche se non le posseggono già.

Ad esempio, se un figlio è tendenzialmente pigro, per quanto un genitore voglia cambiarlo sarà molto difficile che attraverso l’educazione riuscirà a farlo diventare uno stacanovista.

“Dobbiamo cercare di indirizzarci verso l’area per la quale siamo più portati, altrimenti ci esponiamo al rischio di fallire. Se infatti sceglieremo o accetteremo una situazione non conforme alle nostre tendenze saremo demotivati o inadatti a far fronte alle richieste della situazione stessa.”- Diego Agostini

Un pigro non diventerà stacanovista, un creativo non diventerà razionale, una mente più concreta non si farà guidare volentireri dalle emozioni, un individualista sarà un pò in difficoltà all’interno di un gruppo…

Non di certo, ossia si, ma non è del tutto vero. Si possono certamente apprendere nuove capacità, migliorare le nostre aree più deboli, ma sicuramente i nostri ragazzi saranno più motivati e propensi a lavorare sui loro punti di forza che sulle loro debolezze.

Ma allora è un vicolo cieco, siamo sempre la a dire che è colpa di questo o di quell’altro, ma che comunque non c’è soluzione?

Non possiamo fare nulla quindi,loro non possiamo cambiarli neanche provando nuove soluzioni e il problema è troppo complesso quindi siamo sempre una piccola goccia nel mare?

È un problema che ci supera, dipende da troppe variabili quindi, senza un intervento globale, non c’è nulla da fare?

Giusto, purtroppo, in un certo senso è proprio così, solo che qualcosa si può sempre fare…

“Il mondo è pieno di persone demotivate: nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nelle case. Persino in televisione e nel mondo dello spettacolo. Perché il loro sistema premi-punizioni non funziona nella maniera giusta. ” – Piero Angela

Ecco, forse stavolta ci siamo. C’è qualcosa che ci sfugge in effetti e che probabilmente è la radice di questa demotivazione globale.

Una demotivazione estesa a tutte le generazioni e non ai soli bambini e ragazzi, ed anche estesa a tutti gli ambiti del nostro quotidiano, pertanto presente nelle scuole come al lavoro o in famiglia.

Un intero sistema fondato sui premi e sulle punizioni…

Al lavoro ci sono le gratifiche economiche e le lettere di richiamo, a scuola i voti e le sospensioni, in famiglia le ricompense o le punizioni. E tutti sappiamo, sia dagli studi statistici che dall’esperienza personale, che queste strategie hanno una durata limitata, ovvero non funzionano se non nel breve termine.

È un’intera società basata sul potere subito o esercitato sull’altro. Chi è nella posizione più debole subisce potere di chi ha un’autorità conferita dal ruolo che ricopre o che comunque detiene una statura psicologica superiore.

Gli obiettivi da raggiungere non sono scelti, ma vengono imposti. La comunicazione è aggressiva perché non rispetta la parità dei soggetti, ma il ruolo conferisce appunto in potere di esercitare il diritto di impartire ordini.

“Le persone hanno bisogno di sentirsi autonome, autodeterminate. Uno stile di leadership troppo prescrittivo demotiva.”- Pietro Trabucchi

Il problema nasce quando il soggetto diventa man mano più autonomo e quindi non dipende più dal soggetto autorità per appagare i suoi bisogni.

Tornando a noi, si ha così una perdita graduale ma progressiva di potere sui bambini, arrivando così all’adolescenza dove si diventa disperati nella gestione dei rapporti che abbiamo con loro.

Il potere genitoriale o gerarchico dato dal ruolo docente che si ricopre, non basta più e quindi ci si trova a “combattere” con ragazzi ribelli, arrabbiati, ostili, aggressivi, bugiardi, bulli o sovversivi.

In molti casi il risultato è esattamente questo, quindi ci troviamo a parlare di problemi comportamentali dei ragazzi che attraversano la fase adolescenziale, oltre che di demotivazione.

Al contrario possono diventare eccessivamente sottomessi, ubbidienti, arrendevoli, adulatori, paurosi, introversi o sognatori.

Quest’altra condizione toglie fiducia in sé stessi, crea frustrazione e toglie loro la capacità di realizzarsi nella vita, creando lo stesso anche demotivazione.

“Uno dei principali ostacoli alla motivazione è rappresentato da un debole senso di autoefficacia. Chi pensa che difficilmente ce la farà, chi nutre forti dubbi sulle sue possibilità di riuscita non si impegnerà per raggiungere un obiettivo. Chi ha un basso senso di autoefficacia appare spesso demotivato.” – Pietro Trabucchi

Ma siamo sicuri che l’alluno si ribella contro l’insegnante e non contro il suo potere, contro le sue modalità, contro un sistema che gli toglie autonomia?

Non sarà forse per questo che i bambini che seguono un percorso di studi montessoriano sono più “normalizzati”, più sereni e raggiungono alti livelli di auto-responsabilità…

Ma allora mi chiedo, perché non provare a fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che si è sempre fatto?

Potremmo prendere in considerazione il fatto che ottimi voti e buoni risultati nelle verifiche creano motivazione solo per poco tempo e solo in alcuni?

Ad esempio, invece di creare motivazione attraverso le ricompense e i rinforzi positivi, o demotivazione attraverso le critiche e le punizioni, possiamo provare a migliorare la loro fiducia in sé stessi e assecondare la loro innata curiosità verso l’apprendimento.

Quindi, sempre ispirandoci a Maria Montessori, possiamo provare a stimolare in loro la voglia di imparare invitandoli a scegliere liberamente gli argomenti per la giornata.

Oppure, potremmo nutrire un pò più di rispetto nei loro confronti e smettere di utilizzare su di loro il potere conferito dal nostro ruolo e dalla nostra presunta superiorità.

“Un buon leader può tirare fuori il meglio da truppe con capacità scarse. Al contrario, un leader incapace riuscirà a demoralizzare anche gli uomini migliori.” – John Joseph Pershing

Pensi di poter modificare alcune delle tue abitudini nel definire quali possono essere le strategie da adottare affinche i tuoi alunni siano non solo meno demotivati, ma felici di collaborare e di apprendere?

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE -BAMBINI MALEDUCATI

bambini maleducati

SCUOLA IDEALE -BAMBINI MALEDUCATI

Già, proprio così, moltissimi bambini sono maleducati!

Abbiamo le scuole piene di bambini mal-educati, ed è tutta colpa dei genitori…  Questo è un pensiero molto diffuso ed in un certo senso è veritiero.

Non importa però a nessuno che a nostra volta è quello abbiamo imparato dai nostri genitori attraverso il modo in cui ci loro hanno educati. Non importa se conosciamo solo questo ed è esattamente quello che oggi mettiamo in pratica con i nostri figli…

Poco importa che nessuno si preoccupa di insegnare ai genitori diversi metodi educativi o di accrescere la loro consapevolezza di quello che comporta il ruolo che rivestono.

“I nostri genitori sono i nostri primi insegnanti, ma non sempre sono i migliori.” – Leo Buscaglia

Dato che i bambini sono visti spesso come dei vasi vuoti da riempire, non appena pronunciamo la parola educazione, ci viene in mente subito che educare un bambino voglia dire insegnargli il rispetto delle regole.

In effetti è esattamente questo che i genitori iniziano a fare appena possibile. Si dedicano a pieno ritmo al loro ruolo e con tutte le risorse a loro disposizione.

Impartire lezioni, distribuire consigli, insegnare regole, addomesticarli in modo da farli somigliare il più possibile al proprio bambino ideale, ma anche all’ideale della società di appartenenza, diventano così l’occupazione principale della maggioranza degli adulti.

È piuttosto deprimente vedere come, nella maggioranza dei casi, non siamo in grado di vedere il loro potenziale enorme, il loro seme interiore pronto a germogliare. Crediamo di doverli riempire dei nostri valori, della cultura della nostra famiglia e delle abitudini della nostra società.

“Una volta entrati nel sacro regno del ruolo genitoriale, si pensa di dover indossare la tonaca di genitore. In buona fede si assumono certi comportamenti perché si crede che i genitori debbano comportarsi così.” – Thomas Gordon

Il problema è che se non fai così come fanno tutti, sei automaticamente un pessimo genitore.  Di norma, se il processo di addomesticamento è mal riuscito, emerge subito quando si inizia a portate i bambini a scuola, e porta con se le critiche degli insegnanti e un senso di inadeguatezza nel proprio ruolo di genitore.

Già, perché anche la maggior parte delle scuole sono per lo più concentrate a immettere nel bambino nozioni, abilità, competenze e apprendimenti.

Il problema è che siamo tutti un pò dei pasticcioni indecisi.

Affermiamo ad esempio a gran voce  l’importanza dell’autonomia nei ragazzi, chiedendo in effetti a loro di essere autonomi, ma anche ubbidienti, quindi che facciano ciò che noi adulti abbiamo deciso che loro debbano fare.

“L’uomo è l’unico animale che non accetta di essere ciò che è” – Albert Einstein

Questo modello di educazione e di istruzione, molto diffuso nell’ ultimo secolo, riflette una società di stampo comportamentista.

Come molti sanno, gli esperimenti di Pavlov a partire dal 1903, hanno dimostrato che si possono influenzare i comportamenti in base a determinati stimoli.

Nonostante l’aspetto etico ampiamente discutibile se lo si applica al genere umano, è comunque il modello tuttora prevalentemente utilizzato nelle nostre scuole.

Molti di noi siamo cresciuti così e di conseguenza riproponiamo semplicemente le stesse modalità che abbiamo appreso, per evitare che i nostri figli diventino dei veri maleducati, anche agli occhi degli altri.

Pertanto non ha senso biasimarsi, dato che non si conoscevano altre alternative. L’importante è che adesso tu sappia che sei sempre in tempo ad imparare delle modalità differenti.

“Sapete che cosa vi hanno fatto i vostri genitori? Il meglio che potevano fare. Il meglio che sapevano fare, molto spesso l’unica cosa che sapevano fare.” – Leo Buscaglia

Utilizziamo i premi e le punizioni, i regali e i castighi e a scuola le faccine, in base al fatto che soddisfino o meno le nostre aspettative. Addirittura agli insegnanti viene in aiuto anche la psicologia che propone le varie tecniche, come ad esempio i gettoni della Token Economy.

Nella mia esperienza personale, purtroppo per mio figlio, anche io ho adottato lo stesso sistema educativo fondato sul condizionamento e sul potere. È talmente radicato nella nostra cultura, che tuttora sono tentata a volte di servirmene e quindi devo operare uno sforzo notevole per astenermi.

Dal suo utilizzo un risultato è garantito, cioè la loro perdita di fiducia immediata. È una relazione ineguale dove c’è chi vince e c’è chi perde, chi comanda e chi esegue, chi impone e chi obbedisce.

Quando questo non succede, perché i figli, gli alunni, i ragazzi non rispondono come vorremmo, gli adulti si sentono insultati, non rispettati, pervasi da un senso di rabbia, frustrazione, di dispiacere o d’impotenza.

“La scuola può essere una fabbrica criminale.” Danilo Dolci

Conoscendo in prima persona il risultato deleterio di questo metodo, ma anche il risultato che si ottiene quando cambiamo modalità, posso garantirti che vale assolutamente lo sforzo di provare a cambiare.

Abbiamo bisogno di riconoscere e rispettare la natura dei ragazzi, di incentrare il rapporto tra adulto e bambino su una base paritaria e di utilizzare una comunicazione non violenta.

Cambiando il nostro modo di comunicare otterremo una relazione di fiducia, dei bambini sereni e sicuramente non maleducati, naturalmente propensi ad ascoltarci e a prenderci come modelli da imitare.

Uscendo dal ruolo di superiorità data semplicemente dal essere l’adulto, si entra in un rapporto paritario con una conseguente perdita di potere sul bambino. È decisamente un ruolo più scomodo per l’adulto, ed anche più impegnativo.

Ma, se sei ancora qui a leggere fino a questo punto, vuol dire che anche tu senti l’ urgenza di un cambiamento, che hai la voglia e l’umiltà di metterti in gioco e di lavorare per un sistema che permetta al bambino ad appassionarsi a ciò che studia e di creare delle relazioni autentiche.

“Occorre liberare il fanciullo dalla schiavitù inconscia che reprime le sue migliori energie, preparando un nuovo mondo per lui.” – Maria Montessori

Ispirandoci infatti a Maria Montessori possiamo individuare alcuni accorgimenti relativamente semplici da attuare, ma che possono fare un’enorme differenza sia in casa che nelle scuole.

Troppe volte non ci accorgiamo nemmeno, ma ai nostri ragazzi manchiamo di rispetto. Parlo di tutte le volte che non li ascoltiamo attentamente, che reputiamo poco importante ciò che hanno da dire.

Quando diciamo loro che ora non c’è tempo, quando non ascoltiamo i loro bisogni, il messaggio che ricevono è che ciò che loro dicono non è importante, che quindi loro non sono importanti.

In famiglia, ma anche a scuola è indispensabile “perdere del tempo” per permettere ai nostri ragazzi di sentirsi rispettati.

“Nulla è più spregevole del rispetto fondato sulla paura.” – Albert Camus

Per non parlare della scarsa fiducia che spesso dimostriamo loro.

Aiutami a fare da solo, concetto celebre di M. Montessori, implica che gli adulti abbiano fiducia nelle capacità dei ragazzi di trovare le giuste soluzioni e di portare a termine le loro personali sperimentazioni nel  migliore dei modi.

Ogni volta che agiamo al loro posto o ci sostituiamo a loro offrendo le nostre soluzioni,  invece di essere solo un incoraggiamento o essere un semplice supporto in caso di difficoltà, in pratica diciamo loro che non valgono, che non sono capaci.

“Pochi riescono a dare vera fiducia, questo fa che pochi siano amati.” – Guido Ceronetti

La libertà di scelta è una modalità che per alcuni non è nemmeno concepibile integrarla in un metodo educativo efficace, convinti che favorisca l’insorgere di attegiamenti maleducati.

Potremmo tutti invece esercitarci ad accompagnarli semplicemente ad un bivio, suggerire delle domande senza indicare le nostre giuste risposte, o peggio ancora pretendere che le apprendano.

Potremmo aspettare la loro scelta resposabile e dare loro il diritto all’errore. Solo in questo modo possiamo sperare di facilitare la formazione di una sana personalità e del pensiero critico.

La libertà di scelta è un bene inestimabile a tutte le età e nessuno dovrebbe mai sentirsi autorizzato in nessun modo di imporsi con la forza su un altro essere umano.

“L’uomo deve scegliere. In questo sta la sua forza: il potere delle sue decisioni.” – Paulo Coelho

Pensi di dover cambiare qualcosa da oggi in poi, di dover modificare alcuni aspetti del tuo approccio educativo o nel tuo metodo d’insegnamento?

Vorrei conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE  – Inclusione e disabilità

 

disabilità e inclusione

SCUOLA IDEALE  – INCLUSIONE E DISABILITA’

Se ne parla di continuo ovunque, la scuola dovrebbe essere una scuola più inclusiva. I ragazzi con disabilità rischiano molte volte di essere esclusi o comunque di vivere delle esperienze poco piacevoli. Nonostante le politiche inclusive, a volte c’è poca vera inclusione.

In base al tipo di disabilità, i problemi possono essere diversi, ma tutti ugualmente portatori di situazioni complesse.

Problemi di apprendimento, problemi di adattamento ai vari ambienti, scarsa possibilità di coinvolgimento in alcune attività o problemi per limitazioni di movimento, oppure problemi emotivi e di socializzazione, queste sono solo alcune delle difficoltà che questi bambini devono affrontare quotidianamente.

“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare.” – Giuseppe Pontiggia

Se già la vita scolastica è complicata per molti bambini “normali”, tutto questo aggiunge ulteriore difficoltà ai ragazzi portatori di un qualsiasi handicap.

Cosa possiamo fare per rendere la loro esperienza di vita più serena possibile, per renderli più indipendenti, per crescere dei futuri adulti emotivamente sani e che trovino il loro posto nel mondo? Cosa sarà di loro, dopo di noi?

Ecco alcune domande che tormentano i genitori di bambini che, per qualche motivo, la vita ha dato loro questo gravoso compito, di farcela con più difficoltà di altri…

“L’angoscia del futuro, non abbandona mai chi ha un figlio disabile.” – Giuseppe Pontiggia

Ma cosa va fatto in sostanza per aiutarli davvero a vivere una vita appagante e soddisfacente il più possibile?

È un percorso lungo e a volte complicato, dato che coinvolge oltre le persone significative, anche quelle che fanno parte della loro vita pur entrando in contatto solo per poco tempo.

Possiamo solo dire che il modo in cui si sviluppa l’esperienza scolastica può essere determinante per il futuro e per il benessere di tutti i bambini e ragazzi, con la differenza che per un disabile c’è il reale rischio che si trasformi con più frequenza in un’esperienza di insuccesso.

“Molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente.” – Giuseppe Pontiggia

Vorrei invece farvi conoscere una bella storia realmente accaduta. Una storia che racconta di quando l’inclusione riesce, di quando la scuola ce la fa… Riporto integralmente il testo di Enrica Bailo e dell’esperienza di sua figlia Gaia:

«Andrà tutto bene, stia tranquilla!»
 E così fu, in effetti. Quelle cinque parole, proferite dalla preside della scuola primaria, erano il presagio di un’esperienza meravigliosa che ancora oggi ricordo con commozione.

Attraversavo la piazza, chiacchierando con Paolo, mio marito, quando incrociai la Preside. Forse le bastò un’occhiata, chissà. Quella frase e quel sorriso sono stampati nella mia mente, archiviati tra i gesti più significativi che hanno accompagnato il cammino di Gaia in quella scuola. Ricordo il primo giorno della prima elementare; pioveva a dirotto, ci sentivamo spaesati, impauriti, infreddoliti dentro e fuori. Abbandonavamo le certezze della scuola dell’infanzia, pur con le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi due anni, e approdavamo in un porto che non conoscevamo. Quel primo giorno le maestre del modulo avevano organizzato un percorso di accoglienza per i bimbi nel cortile della scuola. I genitori, in gruppo, seguivano il corteo dei piccoli incuriositi, divertiti, affascinati. Noi restavamo un po’ in disparte: non conoscevamo nessuno e temevamo gli approcci.

Noi eravamo i “diversi”, o almeno questo era ciò che avvertivamo in quegli istanti. In realtà, oggi so che gli altri erano diversi, gli altri sono diversi. Perché gli altri sono normali, perché gli altri possono e sanno difendersi, dichiarare un disagio, manifestare dei bisogni dopo aver imparato a riconoscerli. Noi no, Gaia no. Forse è questa la paura più grande, amica intima del nostro quotidiano che non ci vuole mai abbandonare, non ci permette di fidarci mai di nessuno in modo totale ed esclusivo. Gli altri sono diversi nella loro normalità, ma il percorso tracciato sapientemente da una dirigente, che in origine era stata una insegnante di sostegno – una delle prime – che ha saputo “costruire” la classe sulle esigenze particolari di mia figlia, ha piallato queste diversità, permettendo a Gaia di godere dei benefici legati all’insegnamento, ricevendo stimoli e accendendo una naturale curiosità. E ha permesso agli altri, ai normali ma diversi, di godere di Gaia, di tutto ciò che mia figlia può donare, in modo spontaneo e generoso. L’inclusione non rimane una parola del dizionario se è strutturata collaborando fattivamente allo scopo del benessere di tutti.

Questo implica mettersi in gioco, sia come genitori speciali che come genitori normali. Perché, alla fine, non deve esistere rigidità nello sviluppo dei programmi ministeriali. Ho sempre avuto timore di disturbare una evoluzione ordinata e ordinaria, a causa delle difficoltà oggettive di mia figlia. Il mio approccio alla scuola non è mai stato esigente o prepotente, quanto di collaborazione attiva e fattiva. E ho imparato, nel corso degli anni, che l’opera non è mai terminata, che la costruzione è quotidiana e si basa su dialogo e disponibilità, non solo da parte del personale della scuola.

E ho portato avanti questa esperienza, maturata nei cinque anni della primaria, andando a cercare chi, nella scuola media, ora definita secondaria, potesse garantirmi il prosieguo di un cammino che, pur negli ostacoli, doveva permettere una crescita, tanto di mia figlia, quanto dei suoi compagni di classe, quanto di noi genitori. Qualcuno mi ha obiettato che sono stata fortunata, che non è facile. È pur vero, ma è altrettanto vero che non mi sono fermata alla prima proposta, al primo colloquio, alla prima visita. Ho girato, osservato, studiato. E ho scelto. Non ho scelto per me, in funzione della mia comodità; ho scelto ciò che ho reputato fosse il meglio per la Princi, anche se questo ha comportato abbandonare tutti i compagni di classe, affrontando una scuola dove una sola amica, omonima tra l’altro, l’ha seguita.

Ancora una volta, però, la decisione è stata la migliore, ancora una volta la diversità degli altri è stata fusa con la normalità di Gaia, ancora una volta mia figlia non è stata vissuta, né vista, come un impiccio, un ostacolo, un peso da sopportare. Né i compagni di classe, né gli insegnanti, né i genitori, né i collaboratori scolastici hanno mai pensato di approcciarsi con fastidio alla Princi. Lasciarla a scuola ogni mattina è una prova ardua da superare: cedere all’istinto di protezione sarebbe più semplice che non affrontare il dubbio di lasciarla in mani altrui. Quello che è fondamentale, però, è il suo benessere; e il suo benessere si alimenta nelle azioni quotidiane, nell’affetto dei compagni, che a ricreazione la portano a spasso a turno, spingendo la carrozzina, che all’arrivo in classe la salutano festosi in coro, negli stimoli che insegnante di sostegno, assistente alle autonomie e tutto il personale docente e non sa darle, regalandole emozioni e permettendole di aprire cassetti che, diversamente, rimarrebbero chiusi.

E mi accade di restare senza parole, davanti a manifestazioni spontanee e impreviste: il ragazzo che, pur in palese ritardo sull’orario di ingresso, entrando trafelato e scorgendola, sosta da lei per un saluto, o il vice preside che mi propone una gita sciistica e, alla mia opposizione «se non ci sono le condizioni, mia figlia resta a casa senza alcun problema», sorridendo pacatamente afferma: «sto organizzando le cose in modo che Gaia possa provare a scivolare con un maestro specializzato; io porto tutti. Se non ci sono le condizioni per Gaia non ci sono per nessuno!».

Spesso mass media e social urlano al mondo l’insoddisfazione per la scuola che non funziona. Non conosco in dettaglio la famosa “Buona scuola”, non è mio compito addentrarmi in scelte normative che a qualcuno piacciono e ad altri non garbano. Io cerco le persone, perché la scuola è fatta da persone per le persone; la scuola, come qualsiasi attività concernente l’ambito dello sviluppo e della cura degli esseri umani, deve basarsi sulla passione, più che sulla professione. E le persone che cerco, e che finora ho trovato, rispondono a tali requisiti. E lo dico con orgoglio e grande soddisfazione perché mi piace dichiarare al mondo che la scuola funziona se chi la vive è animato dalla passione. E sono tanti, fortunatamente.

Ora sono scesa nuovamente in pista per cercare una soluzione che permetta a Gaia di proseguire il cammino. Ero convinta di dover smontare “dall’autobus scuola” e intraprendere il percorso del centro diurno. Visitando un istituto superiore, e dialogando con la vice preside che lo dirige, mi sono piacevolmente ricreduta. Ogni remora è crollata nel momento in cui, con grande intensità, la vice preside ha affermato: «Signora, sua figlia ha tutta la vita da trascorrere in un centro diurno; permettiamole di diventare grande!»

Quando ho letto la lettera di questa mamma, mi sono profondamente emozionata. Era mia intenzione scrivere un articolo sull’inclusione, ma ho pensato che non avrei mai potuto trasmettere delle emozioni in un modo migliore di chi, come lei le ha vissute realmente. Pertanto l’ho contattata e le ho chiesto il permesso di riportavi la sua esperienza.

Nessuno meglio di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza positiva, può essere un messaggio di speranza per quelli che si preparano a vivere una situazione simile, con disperazione.

Mi rivolgo ai genitori, che doverbbero scegliere la scuola con cura, non fermandosi alla scuola di quartiere, se questa non è la migliore per il proprio figlio. Ma soprattutto mi rivolgo agli insegnanti, perché cambiando quello che non è inclusivo, possano rendere la scuola di quartiere la migliore scelta possibile per tutti.

Quello che vorrei restasse chiaramente impresso in ognuno di voi, è che si può fare… Che un scuola veramente inclusiva è possibile, indipendentemente dai limiti oggettivi. Una scuola inclusiva dipende solo dalla passione delle persone coinvolte.

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Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

A presto!