Genitore ideale- Quali regole dare ai bambini?

Le regole, quali servono (o forse non servono) per educare i nostri figli? Quante e quali regole bisogna dare ai bambini? Quanta confusione…

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Quali regole dare ai bambini? Le regole, quali servono (o forse non servono) per educare i nostri figli? Quante e quali regole bisogna dare ai bambini? Quanta confusione…

Per poter prendere una posizione ed esprimere una propria opinione, abbiamo una grossa difficoltà da superare. Dovremmo cioè definire esattamente il significato della parola. Non possiamo parlare di una qualsiasi cosa, pensando tutti alla stessa cosa, ma che per ognuno ha un significato diverso.

“La regola d’oro è che non ci sono regole d’oro.” – George Bernard Shaw

Quindi, prima di tutto si dovrebbe sapere esattamente cosa significa la parola regola. Molto spesso si attribuiscono significati personali alle parole. Per evitare l’interpretazione soggettiva,  ci viene in aiuto il dizionario, con le sue varie definizioni:

  • Ordine costante, ripetutamente verificato, di una serie di eventi
  • Norma di comportamento dettata perlopiù dalla consuetudine, dall’esperienza
  • Misura, moderazione
  • Modalità convenzionalmente stabilita secondo la quale si svolge un’attività
  • Complesso di norme che governano la vita di un ordine religioso
  • Norma che prescrive un certo comportamento linguistico, etc.

“Non ci sono eccezioni alla regola, che a tutti piace essere un’eccezione alla regola.” -Charles Osgood

Se le regole sono un ordine costante, ripetuto, delle norme che regolano il comportamento, dettato dalla consuetudine, non verrà un pò a meno la fantasia e la creatività? Personalmente, mi vengono in mente le file indiane, le file di soldati, il cambio della guardia della regina Elisabetta…

Non sono forse dei movimenti stereotipati, sempre uguali, meccanici come quelli eseguiti da dei robot? Intendo, hai presente la differenza tra un sirtaki e una bachata?

“Per studiare musica, dobbiamo imparare le regole. Per creare musica, dobbiamo dimenticarle.” – Nadia Boulanger

La regola è però anche moderazione, modalità convenzionalmente stabilità, complesso di norme che regolano la vita e che prescrivono comportamenti…

Quindi le regole sono anche i limiti di velocità su strada, la guida a destra e i semafori, il galateo, il regolamento condominiale, etc. Sarai d’accordo con me che sti benedetti semafori ci servono, che non possiamo passare tutti insieme, o in base al fatto che il mio colore preferito sia il rosso piuttosto che il verde…

Quindi ste regole ci servono oppure no? Ma soprattutto quali regole dobbiamo insegnare ai nostri figli?

“Alcune regole non sono altro che vecchie abitudini che le persone hanno paura di cambiare.” – Therese Anne Fowler

Tutte le regole sono deleterie per i nostri figli e creano ribelione, quando vengono imposte, quando creano malessere, quando non c’è una ragione sufficientemente valida da impedire la trasgressione delle stesse.

L’abitudine di noi adulti è di forzare i bambini ad apprendere delle nostre regole. Spesso lo facciamo anche imponendole con tutti mezzi ai nostri figli.

Il semaforo rosso mi può salvare la vita e un bambino è sufficientemente intelligente da capire questo anche in tenerissima età. Quello che forse non riesce a capire potrebbe essere ad esempio, il perché non può fare la scarpetta sul proprio piatto, quando il sugo della nonna è così tanto buono, ed è invece meglio buttarlo via.

“Le regole sono per gli stupidi e non rappresentano per il saggio più che un orientamento generale.” -Wilbur Smith

Tornando al discorso del semaforo, abbiamo detto che è utile per salvarci la vita ed anche per facilitarci nel quotidiano, ma è pur sempre una convenzione, utile, ma semplicemente una convenzione socialmente condivisa.

Potremmo decidere tutti quanti che da domani si passi con il giallo e che per fermarsi bisogna aspettare il viola. Lo vediamo benissimo in Inghilterra come tutti guidano al contrario del resto del mondo. Hanno semplicemente scelto e deciso convenzionalmente che questa sarebbe stata la loro regola.

Potremmo inoltre dire che le regole sono anche fortemente influenzate dalla tradizione, dalla religione e dalla cultura di appartenenza. Indipendentemente dal fatto che siano (o vengano considerate) etiche o meno, esistono delle regole accettate convenzionalmente e che permettono determinati comportamenti.

La nostra cultura ha scelto ad esempio come regola la monogamia, a differenza di altre culture. Alcuni hanno la regola di venerare gli animali come le mucche, altri di mangiare animali domestici, altri ancora di ammazzare gli agnelli a Pasqua, altri hanno le regola di finire tutto nel piatto ed altri di lasciare l’avanzo, altri di fare l’albero a Natale.

“Tutte le leggi sono fatte da vecchi e da uomini. I giovani vogliono le eccezioni, i vecchi le regole.” -Johann Wolfgang Goethe

Ora, indipendentemente da ciò che ci viene imposto, fin da quando siamo bambini, abbiamo comunque una nostra struttura interna, un nostro temperamento, un nostro sentire interiore e una nostra propria coscienza, che non sempre riesce ad ammettere e condividere tutte le regole scelte da altri.

Quando obblighiamo i nostri figli ad accettare regole che non condividono, togliamo loro la creatività e reprimiamo la loro coscienza, a forza li adattiamo creando in loro disaggio e malessere. Tarpiamo loro le ali creando i presupposti per lo sviluppo di adulti frustrati che vivono vite smarrite e inappaganti, che non accettano il proprio sentire interiore, quando questo non fa parte delle regole socialmente condivise.

Quindi, anche da adulti, impariamo ad essere ubbidienti bloccandoci nelle situazioni che ci si presentano, perché non vediamo alternative, ci mancano le istruzioni dall’esterno. Non siamo più in grado di trovare soluzioni, ci serve un esperto che ci guidi in tutto, che ci dia delle dritte.

Persone molto “brave”, ma incapaci di prendersi le responsabilità della propria vita, il potere delle scelte nelle proprie mani. Sei sicuro di volere questo per i tuoi bambini?

“Le regole e i modelli distruggono il genio e l’arte.” -William Hazlitt

Molti genitori appagano il proprio ego attraverso il ruolo genitoriale. In effetti, quanto piacere si trae quando il figlio piccolissimo, a richiesta sa ripetere i suoi comandi, balla e dice le poesie a parenti e amici.? E questo succede anche se impara le tabelline già in seconda, oppure se scrive ancora prima di iniziare la scuola.

Al contrario non sappiamo come gestire la frustrazione (o siamo molto in difficoltà), quando il proprio figlio adotta dei comportamenti diversi da quelli che noi reputiamo corretti per la nostra personalità, o che tutti consideriamo una buona regola, convenzionalmente accettata.

Trattiamo tutti allo stesso modo, vogliamo che tutti imparino le stesse regole indistintamente, anche quando per loro questa è una imposizione inutile, che non capiscono e che vedono come una cosa che toglie soltanto loro del tempo dal gioco.

“Si fanno le regole per gli altri, e delle eccezioni per sé stessi.” -Charles Lemesle

Si sta seduti a tavola per almeno un’ora finche tutti non finiscono di mangiare. Questa regola di per sé non è sbagliata. Ma è una regola imposta a tutti, anche a chi ha un carattere un po’ più irrequieto, a bambini molto piccoli o semplicemente più vivaci.

Si mangia tutti seduti a tavola, si aspetta di iniziare e di finire tutti insieme. Cosa bellissima, nulla da dire, ma è davvero tanto importante questa regola per te. Credi davvero che tuo figlio avrà vita dura e sarà un disadattato se non si comporterà sempre così?

Tu non mangi mai sul divano, non ti capita mai di guardare il cellulare, non mangi mai in piedi al bar in cinque minuti? Ti senti per questo una persona che non è apposto come gli altri?

“I più grandi crimini nel mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole, ma da persone che seguono le regole. E’ gente che segue gli ordini che bombarda e distrugge villaggi.” – Banksy

Alcune regole servono per facilitarci la vita, per evitare equivoci nella comunicazione, per capirci al volo. Ma il più delle volte, abbiamo regole anche per come si devono fare i nodi ai lacci delle scarpe.

Non credi anche tu che il tuo figlio vivrà una vita molto più serena e appagante se riuscirai a dargli poche regole chiare e da lui condivise, che lo guidino come una bussola nella vita? Pensi davvero che se invece lo lascerai esprimersi liberamente diventerà un selvaggio incapace di stare al mondo?

Tutto questo soltanto perché fa la scarpetta al piatto che adora, non vede l’ora di finire di mangiare per poter giocare o non usa la forchetta come dice il galateo o perché giocando così poi si sporca, quando invece i bambini è regola che siano belli puliti

“La coscienza è la più mutevole delle regole.” -Luc de Clapiers de Vauvenargues

Pensi di poter cambiare qualcosa da oggi in poi, di dover modificare alcune delle tue abitudini nel definire le regole per tuo figlio?

Vorrei conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

 

GENITORE IDEALE –AMARE LA DIVERSITÀ DI TUO FIGLIO

 

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Diversità, si possono imparare ad amare le diversità in tuo figlio?

Pur cercando la conformità, la diversità è ovunque, è tutta intorno a noi ed è l’unica cosa che ci accomuna tutti quanti.

E, direi meno male che siamo tutti un pò diversi, altrimenti vivremo in un mondo di manichini.

Nonostante siamo tutti diversi è naturale voler assomigliare agli altri, per un bisogno primario dell’essere umano di sentirsi parte di un gruppo.

“Dio ha fatto gli uomini diversi fra loro perché potessero meglio conoscersi.” – Roberto Gervaso

Il bisogno sociale è uno dei bisogni fondamentali. Essere riconosciuti dai propri simili, provare senso di appartenenza e ricercare sintonia e accettazione è uno dei bisogni primari dell’ essere umano.

Perciò è più che normale voler aderire a pensieri comuni, visioni o credenze comuni, che inevitabilmente ci fanno sentire simili e, di conseguenza, accettati dagli altri.

Inoltre, è difficile sfidare le credenze condivise perché spesso si tende a scambiarle per verità assolute.

“Nella civiltà occidentale contemporanea, l’unione col gruppo è la maniera più frequente per superare l’isolamento. È un’unione in cui l’individuo si annulla in una vasta comunità, e il suo scopo è quello di far parte del gregge. Se io sono uguale agli altri, sia nelle idee che nei costumi, non posso avere la sensazione di essere diverso. Sono salvo: salvo dal terrore della solitudine.” – Erich Fromm

Quando si tratta di educare i nostri figli però, potremmo avere qualche problema.

Il bisogno di omologare i nostri figli , o anche il tipo di educazione che si impartisce, rischia di non tenere conto delle regolari diversità di ogni bambino.

È tendenza comune voler adeguare tutti i bambini a degli standard comuni. In base all’età “devono” saper fare cose, essere in un determinato modo ed aver acquisito specifiche capacità.

Questo articolo serve per farti riflettere sulle tue azioni, impiegate quotidianamente nell’omologare  e rendere il tuo bambino più somigliante possibile al tuo bambino ideale, ma anche agli altri bambini,  al punto di annullare a volte la sua naturale diversità.

Se proseguendo con la lettura ti renerai conto di averlo fatto, è importante non accusarti o giudicarti, ma semplicemente iniziare ad applicare un modo diverso da quello adottato finora.

La diversità fa paura a tutti e tu non sei immune più di altri. Sicuramente tuo figlio ti perdonerà, perciò perdonati anche tu per primo e fai del tuo meglio da ora in avanti.

“È tempo per i genitori d’insegnare ai giovani che nella diversità c’è bellezza e c’è forza.” – Maya Angelou

Tu hai dentro di te la tua forza, e la tua guida interiore sa quello di cui il tuo bambino ha bisogno. Tu sai riconoscere meglio di chiunque altro le sue personali abilità, la sua unicità e i suoi punti di forza.

Il tuo bambino ha solo bisogno di essere visto per quello che è.

Ha bisogno di essere sostenuto da te, la sua principale figura di riferimento, e di non essere inibito, in modo che lui possa essere accompagnato e guidato alla sua autorealizzazione.

A volte riteniamo troppo scontati i talenti dei bambini e il loro temperamento individuale, e troppo spesso puntiamo il dito sulle loro debolezze.

Insistiamo nel farli diventare “bravi” in tutto, indirizziamo le loro energie sul recupero anziché sul potenziamento.

“È necessario cogliere negli altri solo quello che di positivo sanno darci e non combattere ciò che è diverso, che è “altro” da noi.” – Nilde Iotti

Dovremmo saper guardare alle debolezze come a quelle caratteristiche che non ci appartengono, come una tartaruga che non fa staffette, come un pesce che non vola, come una mucca che non fa le uova.

Se un bambino nasce biondo e non bruno è per te forse un problema?

Allo stesso modo, per qualcuno diventa un dramma dover fare dei calcoli, come per te dover cambiare la gomma dell’auto, per altri è una noia mortale il cucito o stirare, per altri ancora fare puzzle, rebus e persino cantare o disegnare.

“Un tulipano non si preoccupa d’impressionare nessuno. Non lotta per essere diverso da una rosa. Non ne ha bisogno. È diverso. E nel giardino c’è spazio per ogni fiore.” – Marianne Williamson

La natura è perfetta… allora perché darci talenti che non combaciano con il nostro progetto oppure darci solo debolezze di cui non ce ne facciamo nulla?

Perché dovrebbe essere un problema il fatto che si è più portati per una cosa piuttosto che per un’altra?

Questo non vuol dire che non possiamo o non dovremmo imparare un pò di tutto, anzi. Soltanto che questo desiderio deve poter nascere spontaneamente nell’animo di ognuno.

Se il bambino non si è sentito represso, non è stato sminuito, se ha potuto mantenere elevata la sua innata autostima, liberamente cercherà di migliorarsi, di maturare e di conoscere sempre di più cose.

“Il rispetto è l’apprezzamento della diversità dell’altra persona, dei modi in cui lui o lei sono unici.” – Annie Gottlieb

Dovremmo imparare proprio da loro. I nostri bambini sono i migliori maestri per quanto riguarda l’accettazione della diversità e il rispetto dell’ alterità. Basta guardarli mentre giocano con bambini sconosciuti solo fino a un minuto prima.

Loro non si giudicano, non si paragonano, non si commentano, sono loro stessi e sono sereni. Invece noi sappiamo molto bene che per noi adulti, e tra adulti, non è sempre così.

Succede spesso a scuola, ma succede purtroppo anche a casa. Paragoni con altri compagni o con i fratelli, ricatti o punizioni per ottenere che facciano come vogliamo noi, indurre sensi di colpa per non averci assecondati, giudizio costante sulle loro azioni, poca empatia, etc. creano indicibili danni all’autostima dei bambini.

Loro per natura sono collaborativi, ma il nostro imporci su di loro, farli sentire sbagliati, rende tutto più difficile, creando opposizioni e capricci, trasgressioni alle regole.

“Più si è intelligenti, più si scopre che ci sono uomini originali. La gente comune non trova differenze tra gli uomini.” – Blaise Pascal

Accettare la diversità di ognuno, l’unicità come dono, le peculiarità come caratteristiche apprezzabili, aiuterà tuo figlio a sviluppare una solida autostima e a sentirsi accettato molto di più di quanto possa farlo l’omologazione.

Il bisogno dell’autorealizzazione attraverso l’identità, l’autonomia e l’autostima è un bisogno superiore nella scala di Maslow  rispetto al bisogno di riconoscimento e dell’accettazione sociale.

Anzi è il bisogno più alto in assoluto, quello più maturo e caratteristico delle società e delle persone più evolute.

“Frequentare persone diverse da noi non allarga i nostri orizzonti; serve solo a confermarci nell’idea di essere unici.” – Elizabeth Bowen

L’accettazione e il rispetto per la sua diversità, come quella di chiunque altro, lo tiene al riparo dal bisogno di approvazione e riconoscimento esterno.

In pratica, gli stai insegnando di divenire ciò che già è, che essere se stessi e volersi realizzare, volersi autonomamente migliorare è più importante che conformarsi agli altri e far parte di un gregge per poter esistere.

“La bellezza non risiede nell’uguaglianza, bensì nella diversità.” – Paulo Coelho

Non per ultimo, gli insegnerai così la tolleranza e la capacità di accogliere l’altro. Devo correggermi, in realtà non glielo dovrai insegnare dato che è già innata dentro di noi, ma semplicemente contribuirai a mantenerla viva e concreta nella sua vita.

Se è vero che la poca tolleranza verso la diversità è una delle primarie fonti di infelicità e di conflitti, con un simile modo di essere nei suoi confronti avrai certamente contribuito alla sua futura felicità.

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi vorrei che la riportassi nei commenti qui sotto. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE  – Inclusione e disabilità

 

disabilità e inclusione

SCUOLA IDEALE  – INCLUSIONE E DISABILITA’

Se ne parla di continuo ovunque, la scuola dovrebbe essere una scuola più inclusiva. I ragazzi con disabilità rischiano molte volte di essere esclusi o comunque di vivere delle esperienze poco piacevoli. Nonostante le politiche inclusive, a volte c’è poca vera inclusione.

In base al tipo di disabilità, i problemi possono essere diversi, ma tutti ugualmente portatori di situazioni complesse.

Problemi di apprendimento, problemi di adattamento ai vari ambienti, scarsa possibilità di coinvolgimento in alcune attività o problemi per limitazioni di movimento, oppure problemi emotivi e di socializzazione, queste sono solo alcune delle difficoltà che questi bambini devono affrontare quotidianamente.

“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare.” – Giuseppe Pontiggia

Se già la vita scolastica è complicata per molti bambini “normali”, tutto questo aggiunge ulteriore difficoltà ai ragazzi portatori di un qualsiasi handicap.

Cosa possiamo fare per rendere la loro esperienza di vita più serena possibile, per renderli più indipendenti, per crescere dei futuri adulti emotivamente sani e che trovino il loro posto nel mondo? Cosa sarà di loro, dopo di noi?

Ecco alcune domande che tormentano i genitori di bambini che, per qualche motivo, la vita ha dato loro questo gravoso compito, di farcela con più difficoltà di altri…

“L’angoscia del futuro, non abbandona mai chi ha un figlio disabile.” – Giuseppe Pontiggia

Ma cosa va fatto in sostanza per aiutarli davvero a vivere una vita appagante e soddisfacente il più possibile?

È un percorso lungo e a volte complicato, dato che coinvolge oltre le persone significative, anche quelle che fanno parte della loro vita pur entrando in contatto solo per poco tempo.

Possiamo solo dire che il modo in cui si sviluppa l’esperienza scolastica può essere determinante per il futuro e per il benessere di tutti i bambini e ragazzi, con la differenza che per un disabile c’è il reale rischio che si trasformi con più frequenza in un’esperienza di insuccesso.

“Molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente.” – Giuseppe Pontiggia

Vorrei invece farvi conoscere una bella storia realmente accaduta. Una storia che racconta di quando l’inclusione riesce, di quando la scuola ce la fa… Riporto integralmente il testo di Enrica Bailo e dell’esperienza di sua figlia Gaia:

«Andrà tutto bene, stia tranquilla!»
 E così fu, in effetti. Quelle cinque parole, proferite dalla preside della scuola primaria, erano il presagio di un’esperienza meravigliosa che ancora oggi ricordo con commozione.

Attraversavo la piazza, chiacchierando con Paolo, mio marito, quando incrociai la Preside. Forse le bastò un’occhiata, chissà. Quella frase e quel sorriso sono stampati nella mia mente, archiviati tra i gesti più significativi che hanno accompagnato il cammino di Gaia in quella scuola. Ricordo il primo giorno della prima elementare; pioveva a dirotto, ci sentivamo spaesati, impauriti, infreddoliti dentro e fuori. Abbandonavamo le certezze della scuola dell’infanzia, pur con le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi due anni, e approdavamo in un porto che non conoscevamo. Quel primo giorno le maestre del modulo avevano organizzato un percorso di accoglienza per i bimbi nel cortile della scuola. I genitori, in gruppo, seguivano il corteo dei piccoli incuriositi, divertiti, affascinati. Noi restavamo un po’ in disparte: non conoscevamo nessuno e temevamo gli approcci.

Noi eravamo i “diversi”, o almeno questo era ciò che avvertivamo in quegli istanti. In realtà, oggi so che gli altri erano diversi, gli altri sono diversi. Perché gli altri sono normali, perché gli altri possono e sanno difendersi, dichiarare un disagio, manifestare dei bisogni dopo aver imparato a riconoscerli. Noi no, Gaia no. Forse è questa la paura più grande, amica intima del nostro quotidiano che non ci vuole mai abbandonare, non ci permette di fidarci mai di nessuno in modo totale ed esclusivo. Gli altri sono diversi nella loro normalità, ma il percorso tracciato sapientemente da una dirigente, che in origine era stata una insegnante di sostegno – una delle prime – che ha saputo “costruire” la classe sulle esigenze particolari di mia figlia, ha piallato queste diversità, permettendo a Gaia di godere dei benefici legati all’insegnamento, ricevendo stimoli e accendendo una naturale curiosità. E ha permesso agli altri, ai normali ma diversi, di godere di Gaia, di tutto ciò che mia figlia può donare, in modo spontaneo e generoso. L’inclusione non rimane una parola del dizionario se è strutturata collaborando fattivamente allo scopo del benessere di tutti.

Questo implica mettersi in gioco, sia come genitori speciali che come genitori normali. Perché, alla fine, non deve esistere rigidità nello sviluppo dei programmi ministeriali. Ho sempre avuto timore di disturbare una evoluzione ordinata e ordinaria, a causa delle difficoltà oggettive di mia figlia. Il mio approccio alla scuola non è mai stato esigente o prepotente, quanto di collaborazione attiva e fattiva. E ho imparato, nel corso degli anni, che l’opera non è mai terminata, che la costruzione è quotidiana e si basa su dialogo e disponibilità, non solo da parte del personale della scuola.

E ho portato avanti questa esperienza, maturata nei cinque anni della primaria, andando a cercare chi, nella scuola media, ora definita secondaria, potesse garantirmi il prosieguo di un cammino che, pur negli ostacoli, doveva permettere una crescita, tanto di mia figlia, quanto dei suoi compagni di classe, quanto di noi genitori. Qualcuno mi ha obiettato che sono stata fortunata, che non è facile. È pur vero, ma è altrettanto vero che non mi sono fermata alla prima proposta, al primo colloquio, alla prima visita. Ho girato, osservato, studiato. E ho scelto. Non ho scelto per me, in funzione della mia comodità; ho scelto ciò che ho reputato fosse il meglio per la Princi, anche se questo ha comportato abbandonare tutti i compagni di classe, affrontando una scuola dove una sola amica, omonima tra l’altro, l’ha seguita.

Ancora una volta, però, la decisione è stata la migliore, ancora una volta la diversità degli altri è stata fusa con la normalità di Gaia, ancora una volta mia figlia non è stata vissuta, né vista, come un impiccio, un ostacolo, un peso da sopportare. Né i compagni di classe, né gli insegnanti, né i genitori, né i collaboratori scolastici hanno mai pensato di approcciarsi con fastidio alla Princi. Lasciarla a scuola ogni mattina è una prova ardua da superare: cedere all’istinto di protezione sarebbe più semplice che non affrontare il dubbio di lasciarla in mani altrui. Quello che è fondamentale, però, è il suo benessere; e il suo benessere si alimenta nelle azioni quotidiane, nell’affetto dei compagni, che a ricreazione la portano a spasso a turno, spingendo la carrozzina, che all’arrivo in classe la salutano festosi in coro, negli stimoli che insegnante di sostegno, assistente alle autonomie e tutto il personale docente e non sa darle, regalandole emozioni e permettendole di aprire cassetti che, diversamente, rimarrebbero chiusi.

E mi accade di restare senza parole, davanti a manifestazioni spontanee e impreviste: il ragazzo che, pur in palese ritardo sull’orario di ingresso, entrando trafelato e scorgendola, sosta da lei per un saluto, o il vice preside che mi propone una gita sciistica e, alla mia opposizione «se non ci sono le condizioni, mia figlia resta a casa senza alcun problema», sorridendo pacatamente afferma: «sto organizzando le cose in modo che Gaia possa provare a scivolare con un maestro specializzato; io porto tutti. Se non ci sono le condizioni per Gaia non ci sono per nessuno!».

Spesso mass media e social urlano al mondo l’insoddisfazione per la scuola che non funziona. Non conosco in dettaglio la famosa “Buona scuola”, non è mio compito addentrarmi in scelte normative che a qualcuno piacciono e ad altri non garbano. Io cerco le persone, perché la scuola è fatta da persone per le persone; la scuola, come qualsiasi attività concernente l’ambito dello sviluppo e della cura degli esseri umani, deve basarsi sulla passione, più che sulla professione. E le persone che cerco, e che finora ho trovato, rispondono a tali requisiti. E lo dico con orgoglio e grande soddisfazione perché mi piace dichiarare al mondo che la scuola funziona se chi la vive è animato dalla passione. E sono tanti, fortunatamente.

Ora sono scesa nuovamente in pista per cercare una soluzione che permetta a Gaia di proseguire il cammino. Ero convinta di dover smontare “dall’autobus scuola” e intraprendere il percorso del centro diurno. Visitando un istituto superiore, e dialogando con la vice preside che lo dirige, mi sono piacevolmente ricreduta. Ogni remora è crollata nel momento in cui, con grande intensità, la vice preside ha affermato: «Signora, sua figlia ha tutta la vita da trascorrere in un centro diurno; permettiamole di diventare grande!»

Quando ho letto la lettera di questa mamma, mi sono profondamente emozionata. Era mia intenzione scrivere un articolo sull’inclusione, ma ho pensato che non avrei mai potuto trasmettere delle emozioni in un modo migliore di chi, come lei le ha vissute realmente. Pertanto l’ho contattata e le ho chiesto il permesso di riportavi la sua esperienza.

Nessuno meglio di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza positiva, può essere un messaggio di speranza per quelli che si preparano a vivere una situazione simile, con disperazione.

Mi rivolgo ai genitori, che doverbbero scegliere la scuola con cura, non fermandosi alla scuola di quartiere, se questa non è la migliore per il proprio figlio. Ma soprattutto mi rivolgo agli insegnanti, perché cambiando quello che non è inclusivo, possano rendere la scuola di quartiere la migliore scelta possibile per tutti.

Quello che vorrei restasse chiaramente impresso in ognuno di voi, è che si può fare… Che un scuola veramente inclusiva è possibile, indipendentemente dai limiti oggettivi. Una scuola inclusiva dipende solo dalla passione delle persone coinvolte.

Spero che l’articolo ti  abbia fatto un pò riflettere e se ti è piaciuto puoi sentirti libero/a di condividerlo. Ricordati di registrarti sul sito nella sezione NEWSLETTER o di mettere un like sulla pagina facebook se vuoi essere sicuro/a di ricevere e non perderti i futuri articoli  di bambino ideale

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

A presto!

GENITOERE IDEALE – Bisogno di riconoscimento

Diventare consapevoli del nostro comportamento del nostro bisogno di autoaffermazione e di riconoscimento non ci renderà perfetti, autosufficienti o privi di emozioni come dei robot, ma solo un pò più umani, più tolleranti e più attenti alle lezioni che vogliamo impartire ai nostri figli.

RICONOSCIMENTO

Bisogno di riconoscimento, comunemente tradotto anche “like”.

A causa di frequenti manifestazioni di comportamenti visibilmente anomali in rete soprattutto ma non solo, ho deciso che oggi vi voglio parlare del bisogno di riconoscimento.

Il bisogno di riconoscimento è insito in tutti noi, è naturale, fa parte dei bisogni sociali, ma come tutte le cose quando sono in disequilibrio, può diventare causa di comportamenti inadeguati.

Ovviamente qui parleremo di quest’ argomento in relazione all’ educazione, degli effetti che questo bisogno causa in noi e del modo in cui educhiamo i nostri figli.

“Ci sono solo due lasciti inesauribili che dobbiamo sperare di trasmettere ai nostri figli: delle radici e delle ali”. – (Harding Carter)

Molto spesso si notano situazioni di eccesso di questo bisogno e siamo subito pronti a criticarlo come comportamento sbagliato.

Facebook ad esempio, alimenta con molta facilità questo tipo di comportamento, ma pur criticandolo, tutti noi prima o poi ci caschiamo nel metterlo in atto più o meno frequentemente.

Sorge spontaneo chiedersi allora, da dove nasce questo bisogno, che sembra non risparmi proprio nessuno?

Ed anche, quanto è realmente sbagliato un comportamento del genere?

Come posiamo ritrovare il giusto equilibrio manifestando il bisogno di autoaffermazione senza incorrere nell’esibizionismo?

“Se troviamo in un gruppo un modello culturale di comportamento improntato ad autoaffermazione, si può sviluppare una situazione competitiva in cui l’autoaffermazione porta a maggiore autoaffermazione, e così via. Questo tipo di cambiamento progressivo possiamo chiamarlo schismogenesi simmetrica.” – (Antropologo Gregory Bateson- da Naven, Stantford University Press, 1958)

Capisco che forse è un argomento che ha bisogno di un maggiore approfondimento.  Le tendenze schismogenetiche, come dice lo stesso Bateson operano nella dinamica della società solo se l’educazione ricevuta nell’infanzia non è tale da impedirne l’espressione nella vita adulta.

La frequente dicotomia delle strutture bipolari delle società capitaliste diventano anche parti caratteriali impresse all’interno dell’ individuo.

Inoltre, i contesti fortemente competitivi favoriscono e alimentano la schismogenesi portando inevitabilmente alla distorsione di un legittimo bisogno iniziale e a varie rotture e conflitti interpersonali.

Ma cerchimo di capire tutto questo con degli esempi pratici, rendendo tutto più semplice e comprensibile per tutti.

Nel nostro caso, potrebbe essere un esempio l’ educazione che abbiamo ricevuto e la società stessa che tende a disprezzare l’autoaffermazione, ammirando invece l’ arrendevolezza e la sottomissione.

“Un bambino è un angelo le cui ali diminuiscono man mano che le sue gambe si allungano.” -(Anonimo)

Il bisogno di riconoscimento non nasce forse da una necessità più che legittima di sapere di essere esattamente dove si dovrebbe essere e che sia un proprio diritto essere li?

Decisamente i bisogni sociali morbosi di protagonismo e di esibizionismo in età adulta sono il risultato di qualcosa che non ha funzionato a dovere nell’educazione nell’ infanzia, ma viene anche amplificato da ciò che non funziona nella società o nell gruppo di appartenenza.

I bisogni sono sacrosanti ed è necessario riconoscerli e cercare di soddisfarli per vivere bene e per evitare che nel lungo termine possano solo acutizzarsi e peggiorare fino a squilibrare il benessere della persona. Quindi non permettiamo che guidino la nostra vita senza esserne consapevoli.

“Mentre cerchiamo di insegnare ai nostri figli tutto sulla vita, i nostri figli ci insegnano che la vita è tutto. ” – (Angela Schwindt)

Cercando di definire meglio l’argomento in relazione all’educazione e all’ influenza che poi ha sulla formazione caratteriale dei bambini, ricercando quindi di evidenziarne l’origine, mi viene in mente un tipo di situazione in particolare.

Per la nostra immensa voglia di insegnare ciò che è meglio nella vita ai nostri figli, (a tutti i bambini in generale rivolgendomi agli insegnanti), educhiamo impartendo “preziose” lezioni quotidiane.

Anzi, a volte non ci limitiamo ai bambini, ma anche a colleghi e amici, e anche ai nostri genitori oramai anziani. E questo non è forse un’ evidente bisogno di riconoscimento  e di autoaffermazione…?

Vorrei soffermarmi sui bambini in questo caso, perché poi loro ci credono molto più di altri a tutto ciò che noi diciamo, fidandosi ciecamente. Oltretutto noi siamo convinti delle nostre idee ed anche di doverle inculcare loro, perciò facciamo di tutto per convincerli (ahimè, con le buone o con le cattive) che devono assolutamente seguire le nostre indicazioni.

“I bambini e le cerniere non reagiscono alla forza… Eccetto occasionalmente.” – (Katharine Whiterhorn)

Vogliamo prepararli alla vita, quindi la prima cosa che facciamo è sminuirli. Certo, detto così, probabilmente nessuno è d’accordo con quello che sto dicendo, ma purtroppo è esattamente quello che facciamo.

Ogni volta che diciamo ai bambini, direttamente o indirettamente, che non valgono abbastanza, che non sempre avranno ciò che vorranno, che ci sarà sempre qualcuno migliore di loro, soprattutto nei primi anni di vita, quando, trovandosi nella loro fase egocentrica, avrebbero bisogno di sentire l’esatto opposto.

Ma noi lo facciamo perché abbiamo paura per loro, che possano venir su dei mollaccioni viziati, convincersi che gli sia tutto dovuto e… (rullo di tamburi) lo facciamo perché siamo noi ad avere paura di fallire miseramente nel nostro ruolo genitoriale, quindi di non riuscire a plasmare degli esseri pronti ad affrontare tutte le sfide che la vita riserverà loro.

“L’infanzia è come un cuore: i suoi battiti troppo veloci ci spaventano. Facciamo di tutto perché il cuore s’infranga. Il miracolo è che sopravvive a tutto.” – (Christian Bobin)

Ma non sono qui per giudicarti e non dovresti farlo nemmeno tu, dato che è quello che facciamo tutti. Questo è semplicemente quello che ci hanno insegnato quando eravamo piccoli e che tuttora la società cerca di confermare quotidianamente.

Si, perché tutti noi crediamo che i bambini debbano incominciare a saperlo fin da subito che la vita è dura, che bisogna lottare, perché mica ci possiamo permettere che credano di essere i migliori. Nooo,  facciamogli vivere da subito frustrazioni quotidiane, così saranno sicuramente rafforzati, perché la vita e dura e non perdona nessuno…

In pratica, abbiamo messo a punto la ricetta perfetta per la perdita di autostima e di fiducia… ma il riconoscimento non è forse collegato in qualche modo alla stima di sé?

“I bambini sono come il cemento umido, tutto quello che li colpisce lascia un’impronta.” – (Haim G. Ginott)

Ma, se gli adulti di cui più mi fido non hanno stima di me e non hanno fiducia nelle mie capacità, io come faccio a credere in me stesso?

E quindi non sono autorizzato a credere di meritare qualcosa, di avere un alto valore di me stesso, perché non è apprezzato, non è previsto, non sarebbe contro ciò che mi hanno insegnato?

Non sarà mica che poi per tutta la vita si avrà bisogno di essere riconosciuti meritevoli da qualcun’ altro avendo perso la capacità e il diritto di autoaffermarsi?

Tutti noi abbiamo ricevuto dei messaggi nei quali ci dicevano di non essere all’altezza, che hanno contribuito a renderci bisognosi dell’approvazione altrui.

Ci hanno costantemente boicottato la possibilità di appagare il bisogno di autostima e di autorealizzazione, che si trovano in posizione nettamente superiore nella scala dei bisogni rispetto al bisogno di riconoscimento.

“Tutti i grandi sono stati bambini una volta, ma pochi di essi se ne ricordano.” – (Antoine de Saint-Exupéry)

Come indicato nella piramide dei bisogni di Mashlow, stando in effetti ai gradini più elevati, il desiderio di riconoscimento sociale, di stima e il desiderio di autoaffermazione sono sani e fanno parte delle necessità esistenziali dell’essere umano.

Una volta che avremo superato i bisogni essenziali, non avendo più necessità di lottare per la sopravvivenza, per l’accettazione, per la sicurezza, diventeremo capaci di convogliare le nostre energie su bisogni più alti come l’ autostima, la dignità l’ autoaffermazione e la realizzazione di sé.

Quindi, mentre ci occupiamo delle nostra sana autoaffermazione che si conquista con la realizzazione di sé, avanti pure con qualche like, che ogni tanto fanno bene all’autostima, ma con la consapevolezza del perché ne abbiamo bisogno.

Cerchiamo il più possibile di appagare i bisogni più alti e non ridurci solo a diventare dipendenti di attegiamenti esibizionistici e del riconoscimento altrui.

Diventare consapevoli del nostro comportamento, non ci salverà dai nostri bisogni essenziali, quelli del gradino più basso, rendendoci autosufficienti e privi di emozioni come dei robot, ma ci renderà forse più umani e tolleranti verso i bisogni inappagati degli altri, anche quando questi sono ancor più morbosamente bisognosi  di noi.

Soprattutto però quello che io spero con tutto il cuore, è che ci renda più attenti alle lezioni che vogliamo impartire agli esseri sensibili e vulnerabili, dei quali ci dovremmo sentire profondamente responsabili, i nostri bambini.

“Con i bambini capirsi è semplice. Quando ti prendono per mano, hanno già scelto di fidarsi di te.” – (valvirdis, Twitter)

Anche io, come tutti ho lo stesso sano bisogno di riconoscimento 😉 , quindi se ti è piaciuto l’argomento non esitare di mettere il tuo like all’articolo. Questo è solo uno dei modi per dimostrarmi che il mio tentativo di aiutare anche qualcun’altro è risultato anche tempo ben impiegato per la mia autoaffermazione.

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Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

A presto!

 

Genitore ideale, quali bugie racconti ai bambini?

 

Allora, hai pensato se, e quali bugie racconti ai bambini?

“Se menti a tuo figlio (anche nelle piccole cose come quando gli dici che tornerai subito e non è vero) è probabile che lui si sentirà in diritto di mentirti e di considerare la menzogna uno strumento utile e un diritto” –Roberta Cavallo

Ho avuto modo in questi giorni di riflettere sulle bugie e, con l’aiuto di una funzione di facebook, di ricordare un episodio accaduto un anno fa. Una discussione con un altro utente, sulla frase riportata qui sopra di Roberta Cavallo.

Mi ricordo molto bene l’irritazione che ho provato quando ho visto il commento di questa persona postato sotto questa frase, che personalmente reputo così profonda e così vera, su un argomento importantissimo nella relazione coi bambini.

L’atteggiamento che adottiamo in relazione alle bugie è determinante in tutte le relazioni interpersonali, ma è di un’importanza fondamentale nel rapporto con i nostri bambini.

“Non c’è cosa che più avvilisce l’uomo quanto la bugia, vizio brutto, vizio vile, vizio abbominevole, vizio degli schiavi, delle spie, degli infami.” –Luigi Settembrini, Lettere, XIX sec.

Il post parla in sostanza di quanto è dannoso utilizzare la bugia nelle relazioni, e persino l’utilizzo di piccole bugie,spesso ritenute innocue.

A volte cerchiamo giustificazioni considerando le bugie “a fin di bene” o addirittura bugie per “amore”, per “proteggere” o per non provocare dispiaceri.

La bugia però determina una perdita di fiducia nelle relazioni, una mancanza di legami profondi, delle conseguenze deleterie future.

“La bugia è brutta anche quando essa giova: or che sarà quando nuoce?” – Michele Colombo

Ma torniamo al commento di prima. In pratica, mi ritrovo con questo commento che in realtà era un link di un articolo dove invece la bugia veniva esaltata indirettamente.

In sostanza, facendo il riassunto dell’articolo, venivano valutati come più intelligenti i bambini in relazione a quanto precocemente avessero imparato a dire bugie.

Cioè… forse non ho capito bene… speravo. E invece si, diceva proprio così!

Sappiamo benissimo che un bambino piccolo impara attraverso il modello degli adulti e l’imprinting, non avendo ancora meccanismi personali per filtrare le informazioni ricevute.

Sicuramente un bambino piccolo che riesce ad imparare precocemente strategie utili alla sua sopravvivenza, manifesta e rende evidente anche agli altri la sua intelligenza.

Ma possiamo insegnare loro come strategia utile l’utilizzo delle bugie?

Fondamentalmente, essendo considerato uno strumento adeguato di cui servirsene a piacimento, giustificato dallo stesso utilizzo che ne fanno gli adulti, e accanto al messaggio sull’intelligenza di cui ne parlava l’articolo in questione, riusciamo a rendere la bugia non soltanto valida, ma nientemeno che raccomandata.

Quindi, se le persone più importanti nella vita dei bambini lo fanno quotidianamente, non possono che assimilare che anche loro sono giustificati e, in questo caso, addirittura incitati a dire le bugie…

“Una bugia può prendersi cura del presente, ma non ha futuro.” – Anonimo

Mi chiedo perché continuiamo a meravigliarci del comportamento dei ragazzi  più grandi, o di adolescenti che troppo spesso contestano gli insegnamenti ricevuti e non condividono i loro pensieri personali con i propri genitori, quando invece lo fanno con altri adolescenti e raramente, ma capita a volte, con alcuni insegnanti?

Purtroppo non è soltanto questo a determinare la perdita di fiducia. Infatti la perdita di fiducia ha profonde radici anche nella non accettazione, e per questo le dedicherò un altro articolo prossimamente.

“La paura ci fa diventare bugiardi perché temiamo che la nostra verità venga condannata.” –Romano Battaglia, Oltre l’amore, 2010

Ti invito a riflettere sulla motivazione che porta a dire le bugie e nuovamente ti chiedo, tu, quali bugie racconti ai bambini?

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

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