SCUOLA IDEALE – ALUNNI DEMOTIVATI

motivazione e demotivazione

ALUNNI DEMOTIVATI

Ci sono sempre più alunni demotivati. Sempre di più sono disinteressati allo studio, distratti e incapaci di concentrarsi sulle materie, questa è la descrizione più frequente nei confronti degli alunni di oggi.

Molti insegnanti si trovano spesso in difficoltà a svolgere le lezioni, nel coinvolgere i ragazzi agli argomenti trattati. Alle lezioni, quindi agli argomenti da trattare in classe partecipano attivamente un paio su ventisei. Per non parlare della totale mancanza di motivazione nello svolgimento dei compiti assegnati per casa.

“La motivazione è come un fuoco: se non lo si alimenta continuamente, si estingue.” -Napoleon Hill

Ci sono un sacco di teorie sul perché i ragazzi non studiano e sul perché sono disinteressati alla scuola. Vediamo solo qualche esempio per renderci conto di quanto la situazione sia complessa.

Quando pensiamo a degli alunni demotivati, pensiamo all’antidoto della demotivazione, pertanto cerchiamo istintivamente soluzioni per incentivare la motivazione.

Quindi l’insegnante più attento, quello più disposto a mettersi in gioco, cercherà soluzioni che possano funzionare anche con quelli studenti più refrattari. Purtroppo non sempre le strategie utilizzate però riescono a creare soluzioni che restino efficaci nel tempo.

A volte si pensa che sia colpa della tecnologia che con il suo fascino ed il suo appagamento immediato, rapisce e coinvolge i ragazzi in un mondo virtuale, al punto di farli restare disinteressati a qualsiasi altra cosa presente nella realtà quotidiana.

Altre volte si pensa che hanno qualche patologia, oppure problemi caratteriali o di condotta, che quindi sono educati male. Si pensa che i bambini a casa non ricevono le giuste regole, quindi critichiamo o dispensiamo consigli ai genitori incolpandoli di cattiva educazione verso i propri figli.

La verità è che tutto questo è vero, ma non è tutto qui…

“Si tende a pensare che le persone possano essere soltanto motivate o demotivate e che se risolviamo un problema di demotivazione, di conseguenza la persona risulterà motivata. Ma il risultato di un intervento che toglie la demotivazione non è la motivazione.”- William Levati e Annalisa Rinaldi

Ma anche tu, insegnante tanto in gamba, che provi ogni novità che ti capita sulla tua strada, che provi quotidianamente a ribaltare questa situazione, lo sai quanto questo è faticoso, quanto è dura riuscire a coinvolgerli e renderli partecipi.

La tecnologia è una grande alleata nella nostra quotidianità, ma molte volte diventa nemica creando anche pessime abitudini. Non aiuta specialmente quando la facciamo diventare antagonista della scuola. Inutile ripetere che spesso la demonizziamo, quando invece potremmo servircene per rendere più accattivanti le lezioni.

Inoltre, i genitori hanno un ruolo fondamentale nel determinare la qualità dei comportamenti dei propri figli, ma è pur vero che non possiamo credere davvero di poter stravolgere il loro carattere e instillare in loro determinate caratteristiche se non le posseggono già.

Ad esempio, se un figlio è tendenzialmente pigro, per quanto un genitore voglia cambiarlo sarà molto difficile che attraverso l’educazione riuscirà a farlo diventare uno stacanovista.

“Dobbiamo cercare di indirizzarci verso l’area per la quale siamo più portati, altrimenti ci esponiamo al rischio di fallire. Se infatti sceglieremo o accetteremo una situazione non conforme alle nostre tendenze saremo demotivati o inadatti a far fronte alle richieste della situazione stessa.”- Diego Agostini

Un pigro non diventerà stacanovista, un creativo non diventerà razionale, una mente più concreta non si farà guidare volentireri dalle emozioni, un individualista sarà un pò in difficoltà all’interno di un gruppo…

Non di certo, ossia si, ma non è del tutto vero. Si possono certamente apprendere nuove capacità, migliorare le nostre aree più deboli, ma sicuramente i nostri ragazzi saranno più motivati e propensi a lavorare sui loro punti di forza che sulle loro debolezze.

Ma allora è un vicolo cieco, siamo sempre la a dire che è colpa di questo o di quell’altro, ma che comunque non c’è soluzione?

Non possiamo fare nulla quindi,loro non possiamo cambiarli neanche provando nuove soluzioni e il problema è troppo complesso quindi siamo sempre una piccola goccia nel mare?

È un problema che ci supera, dipende da troppe variabili quindi, senza un intervento globale, non c’è nulla da fare?

Giusto, purtroppo, in un certo senso è proprio così, solo che qualcosa si può sempre fare…

“Il mondo è pieno di persone demotivate: nelle fabbriche, negli uffici, nelle scuole, nelle case. Persino in televisione e nel mondo dello spettacolo. Perché il loro sistema premi-punizioni non funziona nella maniera giusta. ” – Piero Angela

Ecco, forse stavolta ci siamo. C’è qualcosa che ci sfugge in effetti e che probabilmente è la radice di questa demotivazione globale.

Una demotivazione estesa a tutte le generazioni e non ai soli bambini e ragazzi, ed anche estesa a tutti gli ambiti del nostro quotidiano, pertanto presente nelle scuole come al lavoro o in famiglia.

Un intero sistema fondato sui premi e sulle punizioni…

Al lavoro ci sono le gratifiche economiche e le lettere di richiamo, a scuola i voti e le sospensioni, in famiglia le ricompense o le punizioni. E tutti sappiamo, sia dagli studi statistici che dall’esperienza personale, che queste strategie hanno una durata limitata, ovvero non funzionano se non nel breve termine.

È un’intera società basata sul potere subito o esercitato sull’altro. Chi è nella posizione più debole subisce potere di chi ha un’autorità conferita dal ruolo che ricopre o che comunque detiene una statura psicologica superiore.

Gli obiettivi da raggiungere non sono scelti, ma vengono imposti. La comunicazione è aggressiva perché non rispetta la parità dei soggetti, ma il ruolo conferisce appunto in potere di esercitare il diritto di impartire ordini.

“Le persone hanno bisogno di sentirsi autonome, autodeterminate. Uno stile di leadership troppo prescrittivo demotiva.”- Pietro Trabucchi

Il problema nasce quando il soggetto diventa man mano più autonomo e quindi non dipende più dal soggetto autorità per appagare i suoi bisogni.

Tornando a noi, si ha così una perdita graduale ma progressiva di potere sui bambini, arrivando così all’adolescenza dove si diventa disperati nella gestione dei rapporti che abbiamo con loro.

Il potere genitoriale o gerarchico dato dal ruolo docente che si ricopre, non basta più e quindi ci si trova a “combattere” con ragazzi ribelli, arrabbiati, ostili, aggressivi, bugiardi, bulli o sovversivi.

In molti casi il risultato è esattamente questo, quindi ci troviamo a parlare di problemi comportamentali dei ragazzi che attraversano la fase adolescenziale, oltre che di demotivazione.

Al contrario possono diventare eccessivamente sottomessi, ubbidienti, arrendevoli, adulatori, paurosi, introversi o sognatori.

Quest’altra condizione toglie fiducia in sé stessi, crea frustrazione e toglie loro la capacità di realizzarsi nella vita, creando lo stesso anche demotivazione.

“Uno dei principali ostacoli alla motivazione è rappresentato da un debole senso di autoefficacia. Chi pensa che difficilmente ce la farà, chi nutre forti dubbi sulle sue possibilità di riuscita non si impegnerà per raggiungere un obiettivo. Chi ha un basso senso di autoefficacia appare spesso demotivato.” – Pietro Trabucchi

Ma siamo sicuri che l’alluno si ribella contro l’insegnante e non contro il suo potere, contro le sue modalità, contro un sistema che gli toglie autonomia?

Non sarà forse per questo che i bambini che seguono un percorso di studi montessoriano sono più “normalizzati”, più sereni e raggiungono alti livelli di auto-responsabilità…

Ma allora mi chiedo, perché non provare a fare qualcosa di diverso rispetto a ciò che si è sempre fatto?

Potremmo prendere in considerazione il fatto che ottimi voti e buoni risultati nelle verifiche creano motivazione solo per poco tempo e solo in alcuni?

Ad esempio, invece di creare motivazione attraverso le ricompense e i rinforzi positivi, o demotivazione attraverso le critiche e le punizioni, possiamo provare a migliorare la loro fiducia in sé stessi e assecondare la loro innata curiosità verso l’apprendimento.

Quindi, sempre ispirandoci a Maria Montessori, possiamo provare a stimolare in loro la voglia di imparare invitandoli a scegliere liberamente gli argomenti per la giornata.

Oppure, potremmo nutrire un pò più di rispetto nei loro confronti e smettere di utilizzare su di loro il potere conferito dal nostro ruolo e dalla nostra presunta superiorità.

“Un buon leader può tirare fuori il meglio da truppe con capacità scarse. Al contrario, un leader incapace riuscirà a demoralizzare anche gli uomini migliori.” – John Joseph Pershing

Pensi di poter modificare alcune delle tue abitudini nel definire quali possono essere le strategie da adottare affinche i tuoi alunni siano non solo meno demotivati, ma felici di collaborare e di apprendere?

Racconta pure la tua esperienza se ti va, infatti mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE -BAMBINI MALEDUCATI

bambini maleducati

SCUOLA IDEALE -BAMBINI MALEDUCATI

Già, proprio così, moltissimi bambini sono maleducati!

Abbiamo le scuole piene di bambini mal-educati, ed è tutta colpa dei genitori…  Questo è un pensiero molto diffuso ed in un certo senso è veritiero.

Non importa però a nessuno che a nostra volta è quello abbiamo imparato dai nostri genitori attraverso il modo in cui ci loro hanno educati. Non importa se conosciamo solo questo ed è esattamente quello che oggi mettiamo in pratica con i nostri figli…

Poco importa che nessuno si preoccupa di insegnare ai genitori diversi metodi educativi o di accrescere la loro consapevolezza di quello che comporta il ruolo che rivestono.

“I nostri genitori sono i nostri primi insegnanti, ma non sempre sono i migliori.” – Leo Buscaglia

Dato che i bambini sono visti spesso come dei vasi vuoti da riempire, non appena pronunciamo la parola educazione, ci viene in mente subito che educare un bambino voglia dire insegnargli il rispetto delle regole.

In effetti è esattamente questo che i genitori iniziano a fare appena possibile. Si dedicano a pieno ritmo al loro ruolo e con tutte le risorse a loro disposizione.

Impartire lezioni, distribuire consigli, insegnare regole, addomesticarli in modo da farli somigliare il più possibile al proprio bambino ideale, ma anche all’ideale della società di appartenenza, diventano così l’occupazione principale della maggioranza degli adulti.

È piuttosto deprimente vedere come, nella maggioranza dei casi, non siamo in grado di vedere il loro potenziale enorme, il loro seme interiore pronto a germogliare. Crediamo di doverli riempire dei nostri valori, della cultura della nostra famiglia e delle abitudini della nostra società.

“Una volta entrati nel sacro regno del ruolo genitoriale, si pensa di dover indossare la tonaca di genitore. In buona fede si assumono certi comportamenti perché si crede che i genitori debbano comportarsi così.” – Thomas Gordon

Il problema è che se non fai così come fanno tutti, sei automaticamente un pessimo genitore.  Di norma, se il processo di addomesticamento è mal riuscito, emerge subito quando si inizia a portate i bambini a scuola, e porta con se le critiche degli insegnanti e un senso di inadeguatezza nel proprio ruolo di genitore.

Già, perché anche la maggior parte delle scuole sono per lo più concentrate a immettere nel bambino nozioni, abilità, competenze e apprendimenti.

Il problema è che siamo tutti un pò dei pasticcioni indecisi.

Affermiamo ad esempio a gran voce  l’importanza dell’autonomia nei ragazzi, chiedendo in effetti a loro di essere autonomi, ma anche ubbidienti, quindi che facciano ciò che noi adulti abbiamo deciso che loro debbano fare.

“L’uomo è l’unico animale che non accetta di essere ciò che è” – Albert Einstein

Questo modello di educazione e di istruzione, molto diffuso nell’ ultimo secolo, riflette una società di stampo comportamentista.

Come molti sanno, gli esperimenti di Pavlov a partire dal 1903, hanno dimostrato che si possono influenzare i comportamenti in base a determinati stimoli.

Nonostante l’aspetto etico ampiamente discutibile se lo si applica al genere umano, è comunque il modello tuttora prevalentemente utilizzato nelle nostre scuole.

Molti di noi siamo cresciuti così e di conseguenza riproponiamo semplicemente le stesse modalità che abbiamo appreso, per evitare che i nostri figli diventino dei veri maleducati, anche agli occhi degli altri.

Pertanto non ha senso biasimarsi, dato che non si conoscevano altre alternative. L’importante è che adesso tu sappia che sei sempre in tempo ad imparare delle modalità differenti.

“Sapete che cosa vi hanno fatto i vostri genitori? Il meglio che potevano fare. Il meglio che sapevano fare, molto spesso l’unica cosa che sapevano fare.” – Leo Buscaglia

Utilizziamo i premi e le punizioni, i regali e i castighi e a scuola le faccine, in base al fatto che soddisfino o meno le nostre aspettative. Addirittura agli insegnanti viene in aiuto anche la psicologia che propone le varie tecniche, come ad esempio i gettoni della Token Economy.

Nella mia esperienza personale, purtroppo per mio figlio, anche io ho adottato lo stesso sistema educativo fondato sul condizionamento e sul potere. È talmente radicato nella nostra cultura, che tuttora sono tentata a volte di servirmene e quindi devo operare uno sforzo notevole per astenermi.

Dal suo utilizzo un risultato è garantito, cioè la loro perdita di fiducia immediata. È una relazione ineguale dove c’è chi vince e c’è chi perde, chi comanda e chi esegue, chi impone e chi obbedisce.

Quando questo non succede, perché i figli, gli alunni, i ragazzi non rispondono come vorremmo, gli adulti si sentono insultati, non rispettati, pervasi da un senso di rabbia, frustrazione, di dispiacere o d’impotenza.

“La scuola può essere una fabbrica criminale.” Danilo Dolci

Conoscendo in prima persona il risultato deleterio di questo metodo, ma anche il risultato che si ottiene quando cambiamo modalità, posso garantirti che vale assolutamente lo sforzo di provare a cambiare.

Abbiamo bisogno di riconoscere e rispettare la natura dei ragazzi, di incentrare il rapporto tra adulto e bambino su una base paritaria e di utilizzare una comunicazione non violenta.

Cambiando il nostro modo di comunicare otterremo una relazione di fiducia, dei bambini sereni e sicuramente non maleducati, naturalmente propensi ad ascoltarci e a prenderci come modelli da imitare.

Uscendo dal ruolo di superiorità data semplicemente dal essere l’adulto, si entra in un rapporto paritario con una conseguente perdita di potere sul bambino. È decisamente un ruolo più scomodo per l’adulto, ed anche più impegnativo.

Ma, se sei ancora qui a leggere fino a questo punto, vuol dire che anche tu senti l’ urgenza di un cambiamento, che hai la voglia e l’umiltà di metterti in gioco e di lavorare per un sistema che permetta al bambino ad appassionarsi a ciò che studia e di creare delle relazioni autentiche.

“Occorre liberare il fanciullo dalla schiavitù inconscia che reprime le sue migliori energie, preparando un nuovo mondo per lui.” – Maria Montessori

Ispirandoci infatti a Maria Montessori possiamo individuare alcuni accorgimenti relativamente semplici da attuare, ma che possono fare un’enorme differenza sia in casa che nelle scuole.

Troppe volte non ci accorgiamo nemmeno, ma ai nostri ragazzi manchiamo di rispetto. Parlo di tutte le volte che non li ascoltiamo attentamente, che reputiamo poco importante ciò che hanno da dire.

Quando diciamo loro che ora non c’è tempo, quando non ascoltiamo i loro bisogni, il messaggio che ricevono è che ciò che loro dicono non è importante, che quindi loro non sono importanti.

In famiglia, ma anche a scuola è indispensabile “perdere del tempo” per permettere ai nostri ragazzi di sentirsi rispettati.

“Nulla è più spregevole del rispetto fondato sulla paura.” – Albert Camus

Per non parlare della scarsa fiducia che spesso dimostriamo loro.

Aiutami a fare da solo, concetto celebre di M. Montessori, implica che gli adulti abbiano fiducia nelle capacità dei ragazzi di trovare le giuste soluzioni e di portare a termine le loro personali sperimentazioni nel  migliore dei modi.

Ogni volta che agiamo al loro posto o ci sostituiamo a loro offrendo le nostre soluzioni,  invece di essere solo un incoraggiamento o essere un semplice supporto in caso di difficoltà, in pratica diciamo loro che non valgono, che non sono capaci.

“Pochi riescono a dare vera fiducia, questo fa che pochi siano amati.” – Guido Ceronetti

La libertà di scelta è una modalità che per alcuni non è nemmeno concepibile integrarla in un metodo educativo efficace, convinti che favorisca l’insorgere di attegiamenti maleducati.

Potremmo tutti invece esercitarci ad accompagnarli semplicemente ad un bivio, suggerire delle domande senza indicare le nostre giuste risposte, o peggio ancora pretendere che le apprendano.

Potremmo aspettare la loro scelta resposabile e dare loro il diritto all’errore. Solo in questo modo possiamo sperare di facilitare la formazione di una sana personalità e del pensiero critico.

La libertà di scelta è un bene inestimabile a tutte le età e nessuno dovrebbe mai sentirsi autorizzato in nessun modo di imporsi con la forza su un altro essere umano.

“L’uomo deve scegliere. In questo sta la sua forza: il potere delle sue decisioni.” – Paulo Coelho

Pensi di dover cambiare qualcosa da oggi in poi, di dover modificare alcuni aspetti del tuo approccio educativo o nel tuo metodo d’insegnamento?

Vorrei conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza, quindi mi piacerebbe se la riportassi nei commenti. Grazie!

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A presto!

SCUOLA IDEALE  – Inclusione e disabilità

 

disabilità e inclusione

SCUOLA IDEALE  – INCLUSIONE E DISABILITA’

Se ne parla di continuo ovunque, la scuola dovrebbe essere una scuola più inclusiva. I ragazzi con disabilità rischiano molte volte di essere esclusi o comunque di vivere delle esperienze poco piacevoli. Nonostante le politiche inclusive, a volte c’è poca vera inclusione.

In base al tipo di disabilità, i problemi possono essere diversi, ma tutti ugualmente portatori di situazioni complesse.

Problemi di apprendimento, problemi di adattamento ai vari ambienti, scarsa possibilità di coinvolgimento in alcune attività o problemi per limitazioni di movimento, oppure problemi emotivi e di socializzazione, queste sono solo alcune delle difficoltà che questi bambini devono affrontare quotidianamente.

“Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso più difficile. La seconda dipende da voi, da quello che saprete dare.” – Giuseppe Pontiggia

Se già la vita scolastica è complicata per molti bambini “normali”, tutto questo aggiunge ulteriore difficoltà ai ragazzi portatori di un qualsiasi handicap.

Cosa possiamo fare per rendere la loro esperienza di vita più serena possibile, per renderli più indipendenti, per crescere dei futuri adulti emotivamente sani e che trovino il loro posto nel mondo? Cosa sarà di loro, dopo di noi?

Ecco alcune domande che tormentano i genitori di bambini che, per qualche motivo, la vita ha dato loro questo gravoso compito, di farcela con più difficoltà di altri…

“L’angoscia del futuro, non abbandona mai chi ha un figlio disabile.” – Giuseppe Pontiggia

Ma cosa va fatto in sostanza per aiutarli davvero a vivere una vita appagante e soddisfacente il più possibile?

È un percorso lungo e a volte complicato, dato che coinvolge oltre le persone significative, anche quelle che fanno parte della loro vita pur entrando in contatto solo per poco tempo.

Possiamo solo dire che il modo in cui si sviluppa l’esperienza scolastica può essere determinante per il futuro e per il benessere di tutti i bambini e ragazzi, con la differenza che per un disabile c’è il reale rischio che si trasformi con più frequenza in un’esperienza di insuccesso.

“Molte volte il disabile è commiserato e con ciò discriminato proprio da quelli che hanno paura di riconoscersi in lui, direttamente o indirettamente.” – Giuseppe Pontiggia

Vorrei invece farvi conoscere una bella storia realmente accaduta. Una storia che racconta di quando l’inclusione riesce, di quando la scuola ce la fa… Riporto integralmente il testo di Enrica Bailo e dell’esperienza di sua figlia Gaia:

«Andrà tutto bene, stia tranquilla!»
 E così fu, in effetti. Quelle cinque parole, proferite dalla preside della scuola primaria, erano il presagio di un’esperienza meravigliosa che ancora oggi ricordo con commozione.

Attraversavo la piazza, chiacchierando con Paolo, mio marito, quando incrociai la Preside. Forse le bastò un’occhiata, chissà. Quella frase e quel sorriso sono stampati nella mia mente, archiviati tra i gesti più significativi che hanno accompagnato il cammino di Gaia in quella scuola. Ricordo il primo giorno della prima elementare; pioveva a dirotto, ci sentivamo spaesati, impauriti, infreddoliti dentro e fuori. Abbandonavamo le certezze della scuola dell’infanzia, pur con le difficoltà e le incomprensioni degli ultimi due anni, e approdavamo in un porto che non conoscevamo. Quel primo giorno le maestre del modulo avevano organizzato un percorso di accoglienza per i bimbi nel cortile della scuola. I genitori, in gruppo, seguivano il corteo dei piccoli incuriositi, divertiti, affascinati. Noi restavamo un po’ in disparte: non conoscevamo nessuno e temevamo gli approcci.

Noi eravamo i “diversi”, o almeno questo era ciò che avvertivamo in quegli istanti. In realtà, oggi so che gli altri erano diversi, gli altri sono diversi. Perché gli altri sono normali, perché gli altri possono e sanno difendersi, dichiarare un disagio, manifestare dei bisogni dopo aver imparato a riconoscerli. Noi no, Gaia no. Forse è questa la paura più grande, amica intima del nostro quotidiano che non ci vuole mai abbandonare, non ci permette di fidarci mai di nessuno in modo totale ed esclusivo. Gli altri sono diversi nella loro normalità, ma il percorso tracciato sapientemente da una dirigente, che in origine era stata una insegnante di sostegno – una delle prime – che ha saputo “costruire” la classe sulle esigenze particolari di mia figlia, ha piallato queste diversità, permettendo a Gaia di godere dei benefici legati all’insegnamento, ricevendo stimoli e accendendo una naturale curiosità. E ha permesso agli altri, ai normali ma diversi, di godere di Gaia, di tutto ciò che mia figlia può donare, in modo spontaneo e generoso. L’inclusione non rimane una parola del dizionario se è strutturata collaborando fattivamente allo scopo del benessere di tutti.

Questo implica mettersi in gioco, sia come genitori speciali che come genitori normali. Perché, alla fine, non deve esistere rigidità nello sviluppo dei programmi ministeriali. Ho sempre avuto timore di disturbare una evoluzione ordinata e ordinaria, a causa delle difficoltà oggettive di mia figlia. Il mio approccio alla scuola non è mai stato esigente o prepotente, quanto di collaborazione attiva e fattiva. E ho imparato, nel corso degli anni, che l’opera non è mai terminata, che la costruzione è quotidiana e si basa su dialogo e disponibilità, non solo da parte del personale della scuola.

E ho portato avanti questa esperienza, maturata nei cinque anni della primaria, andando a cercare chi, nella scuola media, ora definita secondaria, potesse garantirmi il prosieguo di un cammino che, pur negli ostacoli, doveva permettere una crescita, tanto di mia figlia, quanto dei suoi compagni di classe, quanto di noi genitori. Qualcuno mi ha obiettato che sono stata fortunata, che non è facile. È pur vero, ma è altrettanto vero che non mi sono fermata alla prima proposta, al primo colloquio, alla prima visita. Ho girato, osservato, studiato. E ho scelto. Non ho scelto per me, in funzione della mia comodità; ho scelto ciò che ho reputato fosse il meglio per la Princi, anche se questo ha comportato abbandonare tutti i compagni di classe, affrontando una scuola dove una sola amica, omonima tra l’altro, l’ha seguita.

Ancora una volta, però, la decisione è stata la migliore, ancora una volta la diversità degli altri è stata fusa con la normalità di Gaia, ancora una volta mia figlia non è stata vissuta, né vista, come un impiccio, un ostacolo, un peso da sopportare. Né i compagni di classe, né gli insegnanti, né i genitori, né i collaboratori scolastici hanno mai pensato di approcciarsi con fastidio alla Princi. Lasciarla a scuola ogni mattina è una prova ardua da superare: cedere all’istinto di protezione sarebbe più semplice che non affrontare il dubbio di lasciarla in mani altrui. Quello che è fondamentale, però, è il suo benessere; e il suo benessere si alimenta nelle azioni quotidiane, nell’affetto dei compagni, che a ricreazione la portano a spasso a turno, spingendo la carrozzina, che all’arrivo in classe la salutano festosi in coro, negli stimoli che insegnante di sostegno, assistente alle autonomie e tutto il personale docente e non sa darle, regalandole emozioni e permettendole di aprire cassetti che, diversamente, rimarrebbero chiusi.

E mi accade di restare senza parole, davanti a manifestazioni spontanee e impreviste: il ragazzo che, pur in palese ritardo sull’orario di ingresso, entrando trafelato e scorgendola, sosta da lei per un saluto, o il vice preside che mi propone una gita sciistica e, alla mia opposizione «se non ci sono le condizioni, mia figlia resta a casa senza alcun problema», sorridendo pacatamente afferma: «sto organizzando le cose in modo che Gaia possa provare a scivolare con un maestro specializzato; io porto tutti. Se non ci sono le condizioni per Gaia non ci sono per nessuno!».

Spesso mass media e social urlano al mondo l’insoddisfazione per la scuola che non funziona. Non conosco in dettaglio la famosa “Buona scuola”, non è mio compito addentrarmi in scelte normative che a qualcuno piacciono e ad altri non garbano. Io cerco le persone, perché la scuola è fatta da persone per le persone; la scuola, come qualsiasi attività concernente l’ambito dello sviluppo e della cura degli esseri umani, deve basarsi sulla passione, più che sulla professione. E le persone che cerco, e che finora ho trovato, rispondono a tali requisiti. E lo dico con orgoglio e grande soddisfazione perché mi piace dichiarare al mondo che la scuola funziona se chi la vive è animato dalla passione. E sono tanti, fortunatamente.

Ora sono scesa nuovamente in pista per cercare una soluzione che permetta a Gaia di proseguire il cammino. Ero convinta di dover smontare “dall’autobus scuola” e intraprendere il percorso del centro diurno. Visitando un istituto superiore, e dialogando con la vice preside che lo dirige, mi sono piacevolmente ricreduta. Ogni remora è crollata nel momento in cui, con grande intensità, la vice preside ha affermato: «Signora, sua figlia ha tutta la vita da trascorrere in un centro diurno; permettiamole di diventare grande!»

Quando ho letto la lettera di questa mamma, mi sono profondamente emozionata. Era mia intenzione scrivere un articolo sull’inclusione, ma ho pensato che non avrei mai potuto trasmettere delle emozioni in un modo migliore di chi, come lei le ha vissute realmente. Pertanto l’ho contattata e le ho chiesto il permesso di riportavi la sua esperienza.

Nessuno meglio di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza positiva, può essere un messaggio di speranza per quelli che si preparano a vivere una situazione simile, con disperazione.

Mi rivolgo ai genitori, che doverbbero scegliere la scuola con cura, non fermandosi alla scuola di quartiere, se questa non è la migliore per il proprio figlio. Ma soprattutto mi rivolgo agli insegnanti, perché cambiando quello che non è inclusivo, possano rendere la scuola di quartiere la migliore scelta possibile per tutti.

Quello che vorrei restasse chiaramente impresso in ognuno di voi, è che si può fare… Che un scuola veramente inclusiva è possibile, indipendentemente dai limiti oggettivi. Una scuola inclusiva dipende solo dalla passione delle persone coinvolte.

Spero che l’articolo ti  abbia fatto un pò riflettere e se ti è piaciuto puoi sentirti libero/a di condividerlo. Ricordati di registrarti sul sito nella sezione NEWSLETTER o di mettere un like sulla pagina facebook se vuoi essere sicuro/a di ricevere e non perderti i futuri articoli  di bambino ideale

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

A presto!

SCUOLA IDEALE – DISPERSIONE SCOLASTICA

 

abbandono scolastico

DISPERSIONE SCOLASTICA

La dispersione e l’ abbandono  scolastico sono evidenti agli occhi di tutti e sono sicuramente correlate alle difficoltà quotidiane che i ragazzi devono affrontare.

Le difficoltà scolastiche, oltre ad essere in costante aumento, sono direttamente proporzionali all’insuccesso scolastico e sono le maggiori responsabili dei successivi abbandoni.

“Ogni bambino per sua natura è curioso. Poi va a scuola.” – Silvana Baroni

In effetti, a causa delle difficoltà che sperimentano quotidianamente i ragazzi sono sempre più demotivati e disinteressati a ciò che la scuola propone.

Troppo spesso li sentiamo dire:

Non so come devo fare questo compito, non ho capito bene…

Perché devo andare a scuola, a che mi serve?

Perché devo imparare questa cosa così difficile che poi non mi servirà mai?

Forse non sono tanto bravo in matematica, ma di sicuro non mi piace per niente…

“Da oltre mezzo secolo i bambini, i ragazzi e i giovani vengono obbligati a starsene seduti, tra scuola e compiti, circa otto ore al giorno, e che, alla fine dei loro corsi di studi, a qualsiasi domanda culturale, il loro sguardo vaga smarrito o si esprime in un “boh!”.” – Silvano Agosti

Recentemente, il MIUR ha comunicato i dati statistici dove l’abbandono scolastico è di circa un ragazzo su tre. Un altro dato preoccupante e che dovrebbe farci riflettere è che l’ottanta per cento dei ragazzi della scuola secondaria vivono la scuola con una condizione di malessere.

Sono numeri davvero spaventosi.

Perché non riusciamo a coinvolgerli ad  avere piacere nell’ imparare cose nuove, quando per natura siamo tutti nati curiosi e predisposti ad apprendere?

Alcuni più di altri, con varia intensità, ma comunque la maggior parte dei ragazzi, anno dopo anno finiscono per odiare la scuola?

“Odio la scuola. Mi fa impazzire. Appena imparo una cosa, vanno avanti con qualcos’altro.” – Sally Brown

Non si riesce ad invertire la rotta, nonostante la buona volontà di numerosi insegnanti ed anche delle varie riforme della scuola attuate nel tempo.

Sarà forse che ci concentriamo sul problema sbagliato? Vogliamo davvero continuare a credere che sono i ragazzi ad essere svogliati o con problemi cognitivi o comportamentali? Ah già, sicuramente è colpa della famiglia che non li educa a dovere…

Chiaro che tutto questo è anche vero, com’è vero che non sempre tutti gli insegnanti riescano a svolgere il proprio ruolo nel migliore dei modi.

“Al contrario di quanto credono quasi tutti, la scuola non deve insegnare a studiare. Studiare è il mezzo, non il fine.” –  Ermanno Ferretti

Anche se molte problematiche dipendono sicuramente anche da questi fattori, non credo che possiamo solo soffermarci qui, cercando colpevoli o lamentandoci per quello che non va’.

Credo invece che sia risolutivo cercare alternative differenti da quelle utilizzate in precedenza, per risolvere i problemi.

È fondamentale, è  vero, essere adulti preparati e capaci di fornire al meglio le nostre conoscenze ai ragazzi.

Aiuta sicuramente riuscire a predisporre le migliori condizioni per aiutarli ad apprendere in modo semplice, lavorare sul loro potenziamento cognitivo e sulle strategie per imparare con più facilità.

“La scuola dovrebbe avere sempre come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti.” – Albert Einstein

Credo infatti, che il problema maggiore sia costituito dalla spasmodica ricerca di uniformità dei saperi. La ricerca della normalizzazione, l’acquisizione delle stesse competenze dei bambini, le loro abilità ed anche dalla scarsa possibilità d’interazione tra di loro.

La diversità che tanto fa paura, può essere un’enorme ricchezza per tutti. Inoltre l’assimilazione di nuove conoscenze può essere favorita dall’interazione con altri ragazzi e con le loro peculiarità.

Esporre invece le proprie passioni e le conoscenze già acquisite da parte dei ragazzi stessi, donerebbe quel sano appagamento di cui tutti abbiamo bisogno.

Questo si che farebbe sentire di far parte di una scuola che li accetta e li approva, di essere riconosciuti, di essere importanti e apprezzati ugualmente per quello che anche loro hanno da dare.

“Una scuola è superiore a un’altra non tanto per gli insegnanti, ma per gli alunni. Si impara di più dai propri compagni che dal resto.” –  Ermanno Ferretti

Ci concentriamo cosi tanto su come tenerli a bada per ore, su quello che devono apprendere, su quali sono le competenze che devono acquisire e su quanto tempo devono impiegare per farlo, che ci si dimentica spesso che ognuno ha una propria unicità.

E se tutti noi siamo unici, abbiamo caratteristiche diverse e capacità diverse, anche a loro dovrebbe essere permesso di esprimere al meglio questa propria unicità senza paura.

Non potrebbe infatti essere che i nostri bambini abbiano bisogno di essere semplicemente loro stessi, di essere rispettati nei loro tempi e di ricevere la nostra fiducia nelle loro capacità?

“Il motivo principale per andare a scuola è quello di avere per tutta la vita la costante impressione che ci sia un libro per ogni cosa.” –  Robert Frost

Andare a scuola con gioia, imparare dagli altri e non sentirsi quotidianamente inadeguati per le proprie difficoltà, è possibile e salverebbe molti ragazzi dalla dispersione scolastica.

Molto sta nella capacità degli adulti di discostarsi dalla corsa alla normalità e di riuscire ad apprezzare ed a valorizzare ciò che c’è di buono in ognuno dei nostri ragazzi.

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A presto!

Scuola ideale – bambini problematici

Chiunque è ostile e arrabbiato, ha sempre un buon motivo per esserlo. Magari non sei tu la causa del suo malessere, ma non dovremmo fermarci a cercare solo dei colpevoli. Andiamo invece avanti nella ricerca di nuove possibili soluzioni, intanto per noi stessi, per essere sicuri di aver fatto il massimo.

Bambini problematici

BAMBINI DISUBBIDIENTI
BAMBINI ROBLEMATICI

“L’istruzione è l’arma più potente che si possa utilizzare per cambiare il mondo”. (Nelson Mandela)

Oggigiorno, ovunque si guardi, tutti quanti si lamentano dei bambini e del loro attuale pessimo comportamento. Tutti si da la colpa a tutti: è colpa dei bambini, della tv, dei genitori, degli insegnanti etc. Ognuno pronto ad incolpare l’altro e, qualche volta anche se stessi accanto agli altri.

Recentemente ho avuto modo di riflettere su alcuni comportamenti di un bambino ritenuto molto problematico e nel contempo di imbattermi casualmente sul web in un articolo di una psicologa che parlava appunto di bambini problematici.

La dottoressa in questione, pur invitando a “prendere con le pinze” quanto avrebbe comunicato nell’articolo e di non fare diagnosi ma di rivolgersi a specialisti, presentava le sue conoscenze sul problema descrivendo dettagliatamente le caratteristiche di questa “tipologia” di bambino, parlando di disfunzioni, definendo disturbi e individuando eventuali diagnosi.

Vorrei cercare di riflettere sull’ argomento insieme, senza ovviamente approfondirlo dal punto di vista medico. Non parliamo quindi di patologie ne di diagnosi di nessun tipo, ma parliamo soltanto di bambini che adottano “comportamenti problematici”.

Infatti, pur non sapendo se intendiamo la stessa cosa, su una cosa sono perfettamente d’accordo con la dottoressa, molte volte si tratta di bambini perfettamente “normali”.

Infatti, mi veniva in mente questo bimbo, con un vissuto molto difficile e con problemi quotidiani giganteschi anche per un adulto figuriamoci per lui, che già in tenerissima età si ritrova senza più avere una famiglia.

“Per far crescere un bambino ci vuole un intero villaggio.” (Proverbio Africano)

Ma torniamo al testo di prima. L’articolo parlava di quanto è difficile occuparsi di loro, di quanto i genitori stessi sono disperati perché (riporto testuali parole usate nel testo per descriverli, anche se non in quest’ordine preciso):

  • sono ribelli e incontrollabili
  • non stanno fermi
  • amano sperimentare
  • rompono le cose per capirne il funzionamento
  • sono curiosi di scoprire e conoscere
  • ci mettono alla prova con le loro sfide
  • vogliono fare di testa loro
  • con il loro comportamento scatenano risate negli altri

È chiaro che tutti noi a volte siamo talmente stanchi, stressati e spesso insoddisfatti delle nostre vite a tal punto da voler solo silenzio per un po’. Qualsiasi persona al mondo che ha avuto una giornata pesante vorrebbe che fossero un pò più facili da gestire, più ubbidienti. Gli vorremmo a volte un pochino più soldatini o robottini con le pile da staccare quando è necessario. Questo è più che comprensibile, siamo tutti umani, ma possiamo davvero chiamare problematici questi comportamenti?

Comunque, proseguendo nella lettura, si scopre che i comportamenti in questione, si possono individuare intorno ai 3-4 anni, in concomitanza con l’ingresso nella scuola materna e la richiesta di adattamento alle prime regole scolastiche.

E questo è vero, assurdo e da non crederci, ma ci sono insegnanti che subiscono calci e ingiurie da parte dei bambini. Maestre già alla scuola materna che faticano  tremendamente, cercando di proteggere fisicamente gli altri bambini contenendo l’ira di alcuni, oltre a dover rassicurare i genitori sulla propria capacità di gestire la situazione.

“Aprite una scuola, chiuderete un carcere!” (Giovanni Bovio)

Ma allora, può essere che davvero sono i bambini ad essere tanto problematici?

E se così fosse… è una questione di educazione o sono nati così… è forse ereditario?

Oppure è colpa dei genitori che non li educano bene, forse sono troppo permissivi?

Sarà colpa degli insegnanti che non sono formati abbastanza o che negli anni il loro ruolo ha perso sempre più potere.

Allora di chi è la responsabilità? Personalmente credo che non è sicuramente dei bambini, ma che problematici sono soltanto i nostri modi di relazionarci con loro.

“Il bambino non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.” (Francois Rabelais)

Purtroppo, per moltissime ragioni, non sempre riusciamo a creare dei legami profondi. Anzi, andando avanti nel tempo, i rapporti si fanno sempre più distanti, diventando quasi degli estranei anche tra gli stessi familiari.

Sia come genitori che come maestri o insegnanti, non riusciamo sempre ad ottenere grandi successi nel rapporto coi ragazzi. Col tempo ci rendiamo conto dei nostri errori in base al tipo di relazione che siamo stati in grado di creare. Non serve a nulla sentirsi in colpa e avere rimorsi, ma serve sicuramente prenderne atto per provare nuove strade, approfondire nuove conoscenze, per cercare di produrre nuovi risultati.

Non voglio dare qui suggerimenti su cosa fare anche se c’è davvero moltissimo che si potrebbe fare. Dovrebbe essere tutto veramente troppo sintetizzato per questo piccolo spazio, invece sono argomenti che necessitano un ampio approfondimento per evitare di incorrere in facili fraintendimenti.

“Si seguono volentieri dei suggerimenti quando se ne comprende lo scopo.” (Robert Baden-Powell)

Il mio obbiettivo invece è istillare un dubbio nella tua mente, domandarti se davvero non puoi fare qualcosa per migliorare un adulto di domani e per cambiare quel destino già deciso di alcuni.

Posso assicurarti che il cambiamento dipende tutto dal nostro modo di comunicare con loro. In base al tipo di comunicazione che si utilizza si possono veramente ottenere miracoli nei rapporti con i bambini e in tutti i rapporti interpersonali in generale.

Noi adulti possiamo e dobbiamo, prima di decretare i loro comportamenti come problematici, imparare nuovi modi per interagire in maniera più efficace.

Possiamo riconoscere quando la comunicazione diventa dannosa, imparare ad ascoltare per creare l’accettazione dell’altro e nell’altro, creare la fiducia attraverso il non giudizio, eliminare qualsiasi forma di violenza anche dal linguaggio per favorire il rispetto dell’altro, etc.

Tutti gli esseri umani hanno gli stessi bisogni e desiderano fondamentalmente le stesse cose. Pertanto anche loro hanno gli stessi tuoi bisogni, spesso si sentono incompresi, come incompreso ti sei sentito anche tu dai tuoi genitori, come incompreso ti senti oggi, magari dal tuo/a compagno/a…

“Ogni uomo riceve due tipi di educazione: quella che gli viene data da altri e l’altra, molto più importante, che riesce a darsi.”(Edward Gibbon)

Quanta rabbia c’è dentro di noi alla quale non riusciamo a darle un nome, quanta ingiustizia si prova nel vedere ad esempio un telegiornale, quanta insoddisfazione scava il tuo animo quando fai un lavoro che non ami, quanto bisogno hai a volte solo di essere ascoltato senza giudizio.

Bambini che sfidano l’autorità, che sembrano provare piacere nel far del male agli altri o nel provocare reazioni esasperate negli adulti, che fanno gesti assurdi, che si fanno del male, che si mettono in ridicolo, che subiscono punizioni infrangendo deliberatamente le regole e che vengono esclusi dai compagni.

Questi sono  bambini che soffrono, bambini che hanno tanto bisogno di aiuto, che hanno un immenso bisogno di essere ascoltati, di sentirsi amati…

“Si educa con ciò che si dice, più ancora con ciò che si fa e ancor di più con ciò che si è.” (S. Ignazio di Antiochia)

Chiunque è ostile e arrabbiato, ha sempre un buon motivo per esserlo. Magari non sei tu la causa del suo malessere, ma non dovremmo fermarci a cercare solo dei colpevoli.

Andiamo invece avanti nella ricerca di nuove possibili soluzioni, intanto per noi stessi, per essere sicuri di aver fatto il massimo.

Aiutiamoli a non considerarsi degli incapaci e indegni di amore, a non credere che nessuno gli potrà mai essere amico, a non perdere la fiducia e a sentirsi rifiutati. Anche loro come ogni altro bambino, per quanto terribili e problematici siano, hanno solo bisogno di essere capiti.

Bisogna cercare quindi noi adulti di superare le barriere che ci separano dal loro mondo, abbattere i muri che hanno costruito introno a loro per non sentire più dolore, capire la causa del loro male interiore.

Forse sono ostili perché cercano di difendersi, a causa di traumi che li hanno portati a diffidare degli altri, oppure vogliono attirare l’attenzione, forse hanno bisogno di comunicare i loro problemi, le loro sofferenze e non conoscono altro che l’aggressività, la rabbia e le urla.

Prima di svalutarli, di decretarli come problematici, prima di attribuire loro delle etichette e di definirli “insopportabili”, “aggressivi”, “terribili”, prova a pensare se puoi fare altro da quello che hai sempre fatto, se puoi acquisire tu dei modi nuovi che trasmettendoglieli potrai magari modificare un destino già segnato.

“Il maestro che cammina all’ombra del tempio tra i discepoli non elargisce la sua sapienza, ma piuttosto la sua fede e il suo amore.” (Khalil Gibran)

Mi piacerebbe conoscere le tue riflessioni o la tua personale esperienza e ti chiederei di riportarla nei commenti qui sotto. Potrebbe essere utile condividerla con altri e confrontarsi. In ogni caso un scambio d’idee può essere arricchente per tutti. Grazie!

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A presto!